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Era stata presentata come la vocalist nera che poteva essere considerata fra le massime influenze del successo internazionale di Amy Winehouse, era stato segnalato come un concerto soul-jazz, e invece l’esibizione di questa sera di Bettye Lavette era improntata ad un rhythm & blues primordiale e ruggente, molto più vicina alla prima Tina Turner che al pop soul della Winehouse, tanto per intenderci. Lei, Bettye, sessantadue anni portati benissimo, viene da Detroit ed è stata insieme testimone e protagonista del momento magico della black music negli anni Sessanta. Al contrario di altri però, non ha mai goduto di quello che sarebbe stato un meritato successo commerciale e - per sua stessa testimonianza - all’epoca non vendeva un disco! Solo più tardi, grazie alla sua tenacia e alle sue indubbie dote vocali, Bettye si è fatta strada anche sulla scena discografica internazionale e infatti ci presenta dal vivo brani appassionati e struggenti come “Choices” e “You Don’t Want Me At All” tratti da “The Scene Of The Crime”, il suo ultimo album. Sono molti i passaggi autobiografici del concerto di questa sera, con lei che si racconta per come era a 16, a 17 e a 18 anni e ci regala una canzone per ciascuna età. Ecco perché abbiamo la fortuna di ascoltare preziose cover version di quel periodo, brani come “The Stealer” di Frazer e Rogers, “Your Turn To Cry” di Joe Simon e “My Man” di Johnny Mae Matthews. Splendida, elettrica e frizzante anche la sua interpretazione di “Joy”, un brano più moderno, scritto da Miss Lucinda Williams, da brividi poi l’esecuzione di “Let Me Down Easy” di Holloway, una delle canzoni più belle e più reinterpretate di quel periodo. Ad un certo punto si mette a sedere sul palco, incrocia le gambe, e comincia a raccontarsi, intonando quasi a cappella un brano che questa volta è interamente suo, e che infatti si intitola “The Battle Of Bettye Lavette”. Siamo di fronte alle radici della musica nera, lontani dal pop sofisticato di Diana Ross, vicini invece ai suoni del ghetto, fatti di momenti appassionati e dolenti, dove l’anima viene fuori piano, quasi per non acuire il dolore, ma fatti anche di quella venatura ritmica, fortemente elettrica, che è poi la radice del rock and roll. Molto bella anche l’interpretazione di “Pick Up My Pieces” di Willie Nelson e di “I Don’t Want What I Haven’t Got” di Sinead O’Connor, una slow ballad davvero emozionante che Bettye Lavette riesce a far diventare sua e che segna anche una degna conclusione di un concerto stupendo.
Articolo del
03/04/2008 -
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