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La motivazione ufficiale del mio viaggio in Inghilterra in quell’estate del lontano 1979 era un approfondimento delle ricerche per la mia tesi di laurea che aveva come oggetto la genesi e le motivazioni del machine-breaking, il movimento di protesta contro l’introduzione delle macchine che vide come protagonisti i Luddisti nel corso della prima industrializzazione inglese ai primi dell’Ottocento. Avevo con me la lettera di presentazione redatta dai docenti dell’Istituto di Lingua e Letteratura Inglese, documento che mi consentiva l’accesso alla prestigiosa Biblioteca del British Museum, se non fosse stato accompagnato da una foto tessera che mi ritraeva con un ghigno di sfida tipicamente delinquenziale e destava il sospetto di custodi zelanti, pronti ad effettuare quotidiane perquisizioni per verificare qualsiasi cosa entrasse o uscisse da quel luogo sacro. Una cosa però ero riuscito a mettere in salvo: il biglietto per assistere al concerto dei Led Zeppelin al parco di Knebworth, nell’Hertfordshire, diversi chilometri a Nord di Londra, prezioso tagliando che avevo acquistato - al modico costo di 7 sterline e 50 p. - non appena sbarcato dal volo delle Ethiopian Airlines, lungo il percorso che mi avrebbe portato al mio alloggio, nell’area di Stoke Newington. Mancavano oltre due mesi all’evento, ma la prima data, quella del 4 agosto, era già sold out, mi ero procurato subito allora un titolo di accesso per la seconda, prevista per l’11 agosto. Il tutto a garanzia di appartenenza, prova di legacy assoluta nei confronti degli Zep, già noti come i Martelli di Dio, mandati sulla Terra per dare maggiore sostanza, di natura granitica, al Rock and Roll! Non tutti ne erano al corrente, ma era quello il motivo vero del mio soggiorno inglese!!! Giorni lunghi e tediosi, passati a spulciare le carte dell’archivio dell’Home Office, con la certezza però che anche il leggendario Ned Ludd, il primo ad alzare il suo martello per sfasciare un telaio, era anche lui un Hard Rock Man! Notizie sconfortanti parlavano di una marea umana in viaggio verso il parco di Knebworth, ragazzi disposti a tutto per occupare le posizioni di fronte al parco arrivando sul posto un paio di giorni prima del concerto. Erano passati ben quattro anni dal concerto di Earls Court, l’ultima esibizione dal vivo dei Led Zeppelin in Inghilterra, quindi tanta attesa era più che giustificata! E all’epoca non sapevo di certo che quella sarebbe stata l’ultima data inglese dell’intera carriera degli Zep!!!
Un rapido consulto con Paolo Caciola, chimico e chitarrista di impronta “beatlesiana” (pronto però a riconoscere il talento di Robert Plant e di Jimmy Page) e, incuranti della pioggia incessante, partiamo anche noi, con un congruo anticipo di 48 ore rispetto all’inizio del megaconcerto. Paolo aveva rimediato (non ricordo come) un qualcosa di molto simile ad una tenda da campeggio ed eravamo pronti anche noi a passare la notte sul posto. Reduce dai fasti e dalle piogge delle passate edizioni del Reading Festival, non mi preoccupavo per niente. Valutazione errata. Che notte, quella notte, “a whole lotta of shit was going down”, parafrasando una nota canzone degli Zeppelin! Non ci restava più niente di asciutto. Ricordo che la mattina dopo comprammo la famosa maglietta nera con il cigno bianco (simbolo della Swan Song, l’etichetta messa su da Peter Grant, il manager degli Zep) non solo in quanto fan accaniti in cerca di memorabilia, ma perché non avevamo più niente di asciutto da metterci addosso! Troviamo a fatica un posto decente sul vasto prato verde di fronte al quale si erigeva un palco mostruoso, semplicemente terrificante, una struttura comunque proporzionata per un evento che avrebbe poi visto la partecipazione di oltre 400.000 persone!!! Il mega concerto comincia il pomeriggio presto con l’esibizione di Chas And Dave, un duo che propone un rock and roll basico, lineare, ma molto effervescente. Seguono i New Commander Cody Band, da Detroit, il gruppo guidato da George William Frane, che si rivela capace di alternare rock, country music e cajun, rivelando una particolare predilezione per le melodie americane tradizionali. Dopo di loro arrivano Southside Johnny And The Asbury Jukes, seguaci della versione elettrica di Bob Dylan e antesignani della E-Street Band di Bruce Springsteen, un gruppo di blues-rock che ci offre un set breve ma caldo, appassionato e vibrante. Il programma prevede un livello di special guest in crescendo, ecco allora che arrivano Todd Rundgren And Utopia, una band fantastica che asseconda un chitarrista raffinato e bizzarro, un talento vero, che ha rivoluzionato la storia del rock (non a caso viene dalla scuola di Frank Zappa). Nel tardo pomeriggio, l’ultimo degli opening act previsti all’interno di questa seconda data, è riservato ai New Barbarians, una super band del tutto estemporanea, un progetto parallelo all’attività dei Rolling Stones che vede impegnati Keith Richards e Ron Wood, alle chitarre elettriche, Stanley Clarke (ex Jeff Beck) al basso e Ziggy Modelliste (dei Meters) alla batteria. E’ il trionfo del rock and roll più puro ed esaltante, un live act elettrico e trascinante che ci compensa di una snervante attesa, un gustoso appetizer per quanto deve ancora succedere! Riconosciamo brani storici come “Sweet Little Rock’n’Roller”, le cui note risuonano accanto a canzoni come “Buried Alive” e “Seven Days” (una cover di Bob Dylan) tratte dagli album solo di Ron Wood.
Fortunatamente nel frattempo ha smesso di piovere e, quando cala la sera, tutto è pronto per accogliere l’evento più atteso, il ritorno a casa di Robert Plant, alla voce, di Jimmy Page, chitarra solista, di John Paul Jones, basso elettrico e tastiere, e di John Bonham, alla batteria, in arte i Led Zeppelin!!! Il gruppo ha appena finito di registrare un nuovo album dal titolo di “In Through The Outdoor”, disco che però deve ancora uscire. Ma i brani nuovi previsti nella song list non sono poi molti, il concerto è più che altro un’occasione unica per riabbracciare i vecchi fan del gruppo ed allora è un trionfo di classici come “Celebration Day”, “Dazed and Confused”, “Black Dog”, “The Song Remains The Same” e “Rock And Roll” con la chitarra di Jimmy Page che spazia in lungo e in largo sul palco e produce effetti mirabili e distorsioni da capogiro accanto a spunti melodici che toccano il cuore, con quel “lonely, lonely” cantato in falsetto da Robert Plant che ancora si annida nelle zone più nascoste della mia anima!!! Splendido il blues elettrico di “Nobody’s Fault But Mine” e molto apprezzata la versione live di “Achilles Last Stand”, uno dei brani più articolati e complessi mai registrati dai Led Zeppelin che comunque, maniacali e perfezionisti come sono, riescono a riprodurlo al meglio anche in concerto. Magiche, affascinanti e ricche di atmosfera, le sonorità che accompagnano l’esecuzione di “Kashmir”, il brano ricco di spunti esotici e di nenie orientali filtrate dalla chitarra di Page e dal sintetizzatore di John Paul Jones, il pezzo che forse meglio di qualsiasi altro anticipa quella che poi sarà la carriera solista di Robert Plant. Apprezzabile l’hard rock urlato ed aggressivo di “Sick Again” al pari del riff intrigante di “In The Evening”, ma è poi l’esecuzione di “Stairway To Heaven” che manda tutti in visibilio, con migliaia di accendini levati in cielo nella notte, con gli arpeggi della chitarra di Jimmy Page che corteggiano, aspettano, invitano e poi fanno esplodere in alto la voce di Robert Plant fino all’assalto finale, una struttura armonica unica e inimitabile , fra le più memorabili nella storia del Rock! Dopo un diluvio di grida e di applausi, l’atto finale è rappresentato dallo stridore metallico interrotto dal lungo refrain psichedelico di “Whole Lotta Love”, uno dei primi successi del gruppo, un brano che ha segnato un’epoca, un pezzo che ha aperto la strada, e la mente, di tanti giovani fruitori di musica, un qualcosa che ancora adesso appartiene al nostro immaginario, che è entrato a far parte del nostro codice genetico, per restarci sempre!
I Led Zeppelin stavano vivendo un momento felice allora. Maureen Plant, la moglie di Robert, aveva appena dato alla luce un bambino, il piccolo Logan Romero ma, poco tempo dopo, al termine di un tour europeo che aveva visto la band suonare in Olanda, in Belgio, in Austria, in Svizzera e in Germania, John Bonham, detto “Bonzo”, muore a casa di Jimmy Page a causa di una asfissia polmonare. Il dolore degli altri tre Zeppelin è grande. Sentono di essere rimasti orfani, non possono più continuare senza John Bonham. E’ inutile cercare un nuovo batterista, il gruppo non avrebbe senso senza di lui. Più tardi girano voci che parlano della nascita degli XYZ (un supergruppo formato da ex Yes come Alan White e Chris Squire ed ex Zeppelin), ma non si realizza mai niente di concreto.
Articolo del
10/12/2007 -
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