|
Senza ombra di dubbio, i dEUS sono una macchina da guerra oliata alla perfezione. Anche se sembrano un cantiere in progress che non si capisce bene, ogni volta, che fine debba fare, dopo tredici anni di stantuffante ma importante attività. Stenderebbero il più capriccioso degli auditori. Si: sfiancherebbero senza pietà chi si riproponesse, per principio, di non battere il piede per tenere il tempo. Sono “mestieranti” di grandissimo livello. Sono europei del continente, e questo ci basta per partire con presupposti ottimali – seppur arrivino da quella grigioide e sfigata e (musicalmente) sterile nazione belga. Artigiani di un suono – e che suono esce dal palco di Villa Ada per Roma incontra il Mondo – potente, compatto. Mi viene da dire: lucido. Tautologicamente bello, insomma, per chi vada in cerca esattamente di quel sound. Che nel corso degli anni s’è liberato, dopo averle assorbite fin nel midollo, di tante influenze – da Zappa ai Pixies alla verve dulliana – per trovare una sua conformazione: magari più elementare ma comunque originale. Insomma siamo nel 2006, cazzo, lo Scenario è lontano. E si sente. Ieri sera, sul palco del parco romano, la formazione totally revisited (ad eccezione del violino canottierato di Klaas Janzoons) di Tom “Barista” Barman ha, molto semplicemente senza troppe chiacchiere, panegirici perdite di tempo né velleitarie concessioni allo spettacolo, lanciato in mezzo alla (tanta) gente due ore scarse di pop-rock (più rock, molto più rock) massiccio e violento. A tratti – sorpresa, per chi come il sottoscritto mai li aveva ascoltati dal vivo – durissimo come su disco nemmeno si può immaginare. Regalando momenti (“Bad Timing”, “Real Sugar”, “Instant Street” dallo Schianto Ideale, “Roses” dal Bar sotto il mare) davvero intensi e fomentatissimi. Di una musica che – pur seguendo sempre, comunque le stesse modalità compositive – riesce in ogni caso a trovare una cifra, un marchio per ogni pezzo. Che sia il riff giusto dell'oscuro Pawlowski, che sia la trama tessuta da una sezione ritmica – Alan Gevaert al basso ubriaco come una cucuzza e Stéphane Misseghers (ex Soulwax) alla batteria - favolosa, che ogni rock band sognerebbe, che sia il cantato, che a tratti sfiora il recitato, molto suggestivo, cantautorale nel senso più intimo del termine. Però i però ci sono. Eccome. Primo: quando virano verso al modalità ballad diventano (quasi sempre) insopportabili, sistemandosi sulla formula ballad-notturna-grigia e bohemienne che non è davvero granché. Sbadigli. Che per fortuna non durano molto. Secondo: stressano l’orecchio attento. Perché il 90% delle canzoni è architettato seguendo esattamente la medesima strategia compositiva: giocano come folli sul crescendo, partono da brevi riff o semplici accordi per poi, proseguendo, aggiungere le altre parti (ritmica, chitarre, tastiere) arrampicandosi verso l’orgasmo sonoro. Fantastico – la stessa “Bad Timing”, stupenda, è così orchestrata. Ma non quindici volte di seguito. No. Lì si sfora nella furbizia manierata, non nella genuina ispirazione compositiva. Al di là dei nostri arzigogoli mentali, tuttavia, solo orecchie da sturare per una band particolare nella sua apparente semplicità. Che sembrava morta e sepolta ed invece salta (e fa saltare) come i rospi di Villa Ada. Che scalda, con quel fascino che da sempre quanto arriva dalle Fiandre tiene in serbo. Che fa rock in una delle poche formule che ancora si addicono, oggi, a questa sbiadita etichetta.
Articolo del
16/07/2006 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|