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Benché spesso vituperati, gli anni ’80 finiscono sempre con l’orientare le mode musicali ed anche i gusti correnti non sfuggono agli influssi della fase post-punk. Al decennio trascorso all’insegna del techno-pop e dei sintetizzatori sono affezionate non solo vecchie glorie recentemente tornate alla ribalta, ma anche le giovani leve che, a qualsiasi latitudine, rendono sistematicamente omaggio a stilemi che spaziano tra i new romantics e le fosche tinte del dark. Un esempio lampante di tale fenomenologia è stato offerto l’altra sera dallo show tenutosi al Transilvania di Milano, che ha ospitato il tour degli Infadels e, prima di loro, un sorprendente complesso sul quale negli ultimi tempi si sono concentrate le attenzioni di parecchi osservatori. Inglesi i primi, canadesi le seconde. Già, il ruolo di gruppo di supporto è stato recitato da un quintetto tutto al femminile, The Organ, e la loro età davvero giovane dimostra che le suggestioni di una certa epoca attraggono pure i principianti. Tanto clamore, a dir la verità, non è apparso del tutto giustificato, poiché le ragazze hanno sì mostrato un discreto piglio, ma non al punto da ribaltare l’impressione che i loro pezzi siano una blanda riproposizione dello stile dei Cure di qualche lustro fa e che dovranno farne di strada per ritagliarsi uno strapuntino nel ginepraio nel quale il revival new wave si è trasformato. Ricordate il video di “Boys Don’t Cry” nel quale, al posto della band di Robert Smith, gli strumenti erano imbracciati da alcuni adolescenti? Le Organ, guidate dall’androgina e non priva di appeal Katie Sketch, hanno fatto un po’ questo effetto: posa compassata e gestualità poco espressiva, hanno proposto gli estratti del debutto “Grab That Gun” tra le ovazioni di un pubblico che, anche a giudicare dal look (avvistate diverse cravatte col nodo striminzito e pantaloni a sigaretta…), era pronto ad accogliere trionfalmente la rievocazione di determinate atmosfere. Il clima si è prontamente riscaldato al punto giusto e ad attizzare le ceneri ci hanno pensato le folli creature di East London, che a carburare hanno impiegato il volgere di pochi istanti. Appena approdati sul palco, senza inutili convenevoli, gli Infadels hanno immediatamente destato dal torpore quanti avevano giudicato noiosa la performance della band di Vancouver suonando, in sequenza mozzafiato, “Love Like Semtex”, “Jagger ‘67” e “Topboy”. Hanno deciso di andare sul sicuro: nella prima parte, l’ordine dei brani è grosso modo coinciso con quello di “We Are Not The Infadels” e la scelta si è rivelata azzeccata almeno per due motivi. Essendo la prima volta che gli Infadels si esibivano nel nostro paese, hanno opportunamente studiato un attacco che non risultasse spiazzante e che, allo stesso tempo, imprimesse subito una sana sterzata. Dopo l’apertura improntata a quella verve adrenalinica che ha stimolato lusinghieri paragoni con Rolling Stones e Stooges, hanno iniziato a prevalere le tastiere dietro alle quali, senza accusare la minima stanchezza, si è forsennatamente dimenato Richie e dalle furiose schitarrate si è passati al lato più fluido del repertorio degli Infadels. Il loro spettacolo è una funambolica girandola sulla cui resa incidono tanto la coralità dell’insieme quanto il divertente gioco di citazioni. L’incisivo Bnann è un frontman capace di catalizzare entusiasmo e indubbiamente spiritose sono le sue acrobazie che fondono la grinta di Mick Jagger e i fremiti della break dance (ancora gli anni ’80…). Ma assai significativo è pure il contributo di Matt, cui la scaletta riserva diversi assolo tra un pezzo e l’altro. “Reality TV” e “Sunday” ammorbidiscono i toni e più le si ascolta più si resta convinti che i germi vadano rintracciati in talune soluzioni dei Talking Heads e, da un’angolazione più leggera, dei Pet Shop Boys. Alle battute finali sono stati riservati gli spunti che si collocano al terzo vertice dell’ideale triangolo che delimita la sfera d’influenza degli Infadels. Dopo il rock d’antan e il pop elettronico, il programma si è arricchito di una serie di sortite che hanno puntato sull’improvvisazione e sulla distorsione del suono. E’, questa, un’anima che dal disco emerge appena e che si concretizza nelle esalazioni ambient di “1’ 20’’”. Dal vivo gli Infadels hanno evitato pericolose digressioni e la chance della sperimentazione hanno preferito giocarsela mettendo educatamente a repentaglio la struttura di “Murder That Sounds” (l’episodio più felice della serata) e “Give Yourself To Me”. Come spesso accade quando si muovono i primi passi, gli Infadels coniugano generosità ed ingenuità, eccessi e saltuari scivoloni. Contrariamente ad altri esordi incappati in goffe amnesie, la formazione inglese non commette i peccati di gioventù più frequenti e, nel complesso, i passaggi a vuoto appaiono perlopiù trascurabili. Merito di un discreto bagaglio culturale e della precisa volontà di prediligere un approccio live agile e snello. Al Transilvania si sono viste a confronto due realtà con identiche ambizioni ma dagli esiti diversi; entrambe promettenti ma l’una ancora acerba ed evanescente, l’altra più definita e già in grado di aggirare alcune insidie. Controversa la risposta della platea, complice forse il fattore età che ha portato a simpatizzare per gli elementi più penalizzati dal punto di vista anagrafico. Nel complesso il divertimento non è mancato e gli Infadels hanno convinto maggiormente. In futuro, però, le reminiscenze del passato potrebbero non bastare ed essi farebbero bene, sin d’ora, a studiare qualcosa che riesca a farli approdare, senza troppi indugi, alla piena maturità.
Articolo del
27/04/2006 -
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