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C’era il pubblico delle grande occasioni ad attendere questa sera i Mogwai, il quintetto scozzese, originario di Glasgow che è ormai diventato un gruppo di punta all’interno della scena “indie rock” britannica. La band risulta composta da Stuart Braithwaite, alla voce, da Dominic Aitchison e John Cummings alle chitarre, dal polistrumentista John Barry e da Martin Bulloch, alla batteria. A partire dal 1995 hanno pubblicato dischi molto interessanti come "Ten Rapid", un classico del rock strumentale di sempre, "Come On Die Young", sperimentale ed intenso, come “Rock Action” e in particolare "Happy Songs For Happy People" del 2003, l’album che li ha portati ad una definitiva consacrazione. I Mogwai presentano dal vivo "Mr. Beast", il loro quinto album, un disco che sta riscuotendo un successo incredibile ovunque e che rappresenta un ritorno alle sonorità degli esordi, a quel “post-rock” influenzato dall’ascolto di “Spiderland” degli Slint, il gruppo che li spinse ad imbracciare gli strumenti e a mettersi in gioco. Le strutture piramidali, post-industriali e metalliche del Qube sono quanto di meglio possa accompagnare le sonorità dei Mogwai che mescolano sapientemente al rock l’elettronica e un certo gusto per un approccio tipicamente “noise”, che sa essere fragoroso e dissonante. Si parte con “Auto Rock”, il brano che apre il nuovo cd del gruppo, e subito una coltre di fumo e una serie di suoni ovattati ed intensi invadono la sala. Chitarra e piano si alternano morbidamente e accompagnano la crescita strutturale della composizione che arriva a disegnare melodie semplicemente sublimi. Su “Friend Of The Night” delle note di piano appena accennate, così fragili e delicate, diventano adulte sotto i nostri occhi e ci regalano chiavi melodiche ancestrali. C’è un senso del sacro nelle composizioni dei Mogwai che è ineluttabile, che ti attanaglia e che ti smuove dentro molto ma molto di più di una predica ecclesiastica domenicale. E’ la sofferenza di quel Cristo in croce stilizzato sulle magliette della band che diventa musica, è il racconto di tormenti e passioni che in qualche modo attraversa tutte le modalità espressive dell’essere, dalla malinconia di quanti - una volta colpiti - preferiscono ripiegare in loro stessi, alla rabbia di chi invece reagisce in modo incontrollato, ossessivo e furente. “Killing All The Flies” è un brano che si avvale di un utilizzo del “feed back” ripetuto e costante, è una composizione che inizia lenta e sognante ma che poi conosce il sapore delle distorsioni più acide e folli che sia possibile ascoltare. E’ una musica inquietante, talvolta anche schizofrenica, ma ci piace ascoltarla, perderci in essa. “Acid Food” contiene forti richiami psichedelici e si fa apprezzare per quell’illusorio tappeto di tastiere su cui poter viaggiare lontani, “Travel Is Dangerous”, con quelle voci filtrate al computer, ti infonde tanta calma, ti rasserena e ti permette di sognare ancora, ma c’è sempre un sottofondo ricco di inquietudine che all’improvviso ti riporta alla cruda realtà che nell’occasione assume la forma di un ossessivo strofinio di chitarre elettriche distorte. “Hunted By A Freak” é bellissima, con quei suoi arpeggi nervosi ed elettrici che disegnano atmosfere oniriche che si perdono poi alte nel vuoto, “Folk Death” ci regala note sospese, ricche di attesa che si dirigono poi dolcemente verso “Glasgow Mega Snake”, dalla quale emerge un’elettronica tormentata e sofferta. Una breve pausa, troppa gente, non si respira, chi sviene per il troppo caldo viene accompagnato fuori, caraffe piene di acqua per far fronte alla sete, i Mogwai tornano sul palco per eseguire ancora un paio di brani , si tratta di “Jesus” e di “We Are Not Here”, un pezzo fantastico che conclude il loro “live act” in un fragore che è epico e drammatico insieme, che tocca il cuore e le viscere. E’ sempre raro trovare una musica che possa dare voce a così tante emozioni, i Mogwai hanno trovato il modo di comporla e gliene siamo eternamente riconoscenti.
Articolo del
20/04/2006 -
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