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Bruce Springsteen ritorna e si presenta cosi, la voce disillusa ma decisa, accompagnato solo dalla sua chitarra, che detta un tempo a metà tra il folk e la ballad. Non era tempo di rock muscoloso da E Street band, così il Boss ha ripreso in mano le sue radici ed è tornato a cercare il fantasma di Tom Joad, sulle strade della tradizione americana. Senza i fedeli amici di sempre, un disco che era probabilmente nato per essere suonato da solo, ha preso una forma più complessa, grazie alla collaborazione di Brendan O’Brien, già alla produzione per The Rising e prima ancora al servizio dei Pearl Jam. L’idea centrale è rimasta sempre quella, cioè la voce del Boss al centro di tutto, come un cantastorie folk dei nostri giorni. E insieme alla voce, più che mai sobria e densa, le storie raccontate senza troppa enfasi. Intorno, o ancora meglio ad attraversare questo nucleo, gli arrangiamenti dovevano essere misurati, ridotti all’essenziale. Gli archi della Nashville String Machine agilissimi e mai invadenti, le linee di basso affidate allo stesso O’Brien, mentre alla batteria interviene, dosando il tiro, Steve Jordan, e allo stesso Springsteen sono affidate, oltre le chitarre anche le parti di tastiera che tessono discreti tappeti sonori su tutti e 12 i pezzi, e alcune percussioni. L’unico “storico” membro della E Street band a partecipare è Danny Federici, col suo hammond in “Long time comin”, mentre i cori sono affidati alla donna di Bruce, Patti Scialfa e alla violinista Soozie Tyrell. I diavoli e la polvere, le polveri e il diavolo, dunque. Come i vecchi folksinger e come le canzoni di protesta della canzone americana di inizio ‘900, le storie contano più di tutto. Le melodie non dovevano essere genialmente pensate. Anzi, la loro semplicità quasi schematica, quasi ripetitiva le rendeva facili da memorizzare e da tramandare oralmente. I personaggi, quelli sì, raccontavano percorsi diversi, storie nuove, anche se i drammi erano sempre gli stessi. Così la melodia di Devils and Dust suona molto simile a quella di un altro pezzo scritto una decina d’anni fa dallo stesso Springsteen, “Blood Brothers”. Stavolta il protagonista si guarda intorno, con la pistola in mano e non sa più di chi può fidarsi. Potrebbe essere un soldato al fronte dei nostri sfortunati giorni. In “Black Cowboys” e “Silver Palomino”, i toni da western moderno fanno pensare addirittura alla scrittura di Mc Carthy, con la morte esorcizzata dalla visione di un cavallo argentato, e con un treno che fugge via da una madre morente, insieme ad una borsa colma di dollari rubati. I personaggi non sono mai a tutto tondo e, come ha sottolineato lo stesso Springsteen mostrano il meglio e il peggio di sé. In “Reno”, un uomo incontra una prostituta, con tanto di particolari a luci rosse, ma il suo sguardo si perde oltre la finestra, giù per la strada, condannato da un passato crudo e distante. In “The bitter”, un giovane pugile che ha venduto la sua vita sui ring e sulla strada, dietro ai suoi pugni che non conoscono pietà, ritrova la strada di casa, per chiedere niente di più che un attimo di riposo. Le immagini vivide e scarne si contrappongono ad altre di una spiritualità oseremmo dire “terrena”. Da una parte un Dio spesso richiamato, addirittura Gesù protagonista di una tenera e umana vicenda in “Jesus was an only son”, o il canto dagli accenti gospel di “Long time comin”, uno dei momenti più trascinanti. Dall’altra le parole chiave ripetute più e più volte: bones e stone. Ossa e pietre, segni di una umanità livida e dura, con la quale Springsteen e i suoi personaggi sono chiamati a fare i conti. Non mancano alcuni momenti più tirati durante i quali però non si può non pensare alla E Street Band, da “All the way home”, pezzo scritto per l’amico Southside Johnny, e pubblicato da quest’ultimo nel 1991 ma in versione ballad, e qui presentata in versione blues quasi elettrico, per proseguire con il falsetto quasi scherzoso di All I’m thinkin’ about, ma è chiaro che la cifra stilistica principale è un’altra. Così l’ultima storia è come una preghiera, anche questa lucida, e densa di umanità: sono le rive del fiume, con il suo letto di pietra e ossa. Un uomo che fugge dalla povertà della sua terra, finisce inghiottito dal fiume che segna il confine con un’illusione che mai sarà realtà. E come “Gesù che pregava per una vita che non avrebbe vissuto” un uomo saluta una vita che non sarà, dalle rive del fiume: “mi giunge un urlo e mi tuffo nel torbido fiume rosso...ci vediamo sulle rive del Matamoras”. Oltre la polvere, oltre i suoi demoni.
Articolo del
06/06/2005 -
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