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Paul Di’ Anno non ha di certo bisogno di presentazioni, ma per fugare ogni titubanza vi basti sapere che è stato uno dei fondatori e primo cantante degli Iron Maiden, con all’attivo due full-length e un EP live abbastanza raro, intitolato Maiden Japan.
Stasera Paul passerà dalla Locanda Atlantide a Roma per una delle sue tappe del Farewell Tour, annunciato lo scorso anno. La storia del tour d’addio ormai è vecchia come lo è il mestiere più vecchio del mondo. È Ozzy Osbourne ad aver dato inizio a questa farsa con il Live & Loud Tour. Nel frattempo ne sono passate di note sotto i plettri. A distanza di qualche giorno dal concerto, è lo stesso Di’ Anno a rilasciare un’intervista in cui dichiara di aver mollato i tour in cui esegue i pezzi dei primi Iron Maiden per concentrarsi sulla sua band. La scusa ufficiale è che non vuole essere ricordato come cantante di una cover band. Insomma fare e rinnegare nel giro di pochi giorni è il motto, possibilmente sfruttando l’immagine della band heavy metal più famosa della storia. È il rock and roll, una prostituta miliardaria che non conosce vergogna.
Prima dell’arrivo di questo mito vivente, sul palco della Locanda sono previsti altri due gruppi: Tohem e Ushas, gli altri sono i Children Of The Damned, band che lo accompagna da ormai dieci anni.
Poco prima di mezzanotte Paul è accompagnato dalla sicurezza nei camerini, mi passa vicino, cammina molto lentamente perché vistosamente in sovrappeso. È pelato e sembra stanco, mi sembra di notare anche un bastone che lo aiuta a deambulare. Non iniziamo proprio bene. A mezzanotte e mezza eccolo sul palco: tatuaggi sulla pelata, guanti, gilet e maglietta. Suda profusamente, probabilmente per il locale pieno, le luci, le tre birre medie e la bottiglia di Jack Daniel's che gli hanno portato pochi minuti prima. Sarà anche invecchiato ma tiene bene il palco, ha ancora energia da vendere.
Purtroppo dopo le prime note iniziamo il solito allenamento del collo, costretti a girarci ogni minuto verso il fonico che, mai come stavolta, compie uno scempio sonoro. Non saprei neanche come definirlo. Dalle casse esce un’orgia di suoni inintellegibili. Le chitarre, troppo basse, s’impastano con il basso e la batteria torreggia sulla di voce di Paul sfigurata da distorsori e compressori che ne compromettono la qualità e la timbrica. Per la prima ora Di’ Anno chiede con gentilezza e professionalità che il volume della spia/monitor venga abbassato e che la distorsione ridotta, ma è fiato sprecato, non succede niente. Mentre scorrono Prowler, The Ides Of March e Transylvania, incredulo, continuo a girarmi verso il mixer. Mi chiedo come, un’artista del suo peso (nessuna ironia), possa sopportare un simile trattamento per tutto questo tempo. La risposta tarda a venire ma quando arriva è rabbiosa e devastante come uno tsunami. Paul blocca il concerto per tre minuti duranti i quali rivolge una serie di insulti, minacce e offese (meritate, che non ripeterò per la violenza con cui sono pronunciate) al personaggio responsabile di questa vergogna. Da qual momento in poi le cose cambiano in meglio, la voce diventa più limpida. Questa leggenda vivente aumenta gli acuti modulando il canto. Sebbene non tutto ritorni al proprio posto, le chitarre aumentano di volume ergendosi dalla confusione di Babele e Paul ritrova lo stesso sorriso perfido con cui dedica Killers al governo Americano per gli interventi in Iran. Charlotte The Harlot è sarcasticamente decidata alla moglie che lo accusa di andare ogni sera in giro a scopare con le groupie. Lui, che pesa 120 kg e si stanca facilmente, alza gli occhi al cielo esclamando ”Come on honey, look at me”. Ironico quanto basta per non piangersi addosso, aggressivo come il punk-metal pretende e sarcastico quanto basta, Paul capovolge le sorti di un live che sembrava ormai irrimediabilmente compromesso.
È con Remember Tomorrow, dedicato alla perdita del suo migliore amico avvenuta nel 2012, che tratteniamo a stento i lucciconi. È una buona prova, sporca quanto basta, carica e soprattutto lontana da giudizi: i presenti sono lì per urlare i pezzi della Vergine di Ferro, non per giudicare la vita o la sua forma fisica.
A fine concerto gli encore sono due: di uno non ve ne parleremo lasciandovi con la curiosità mentre l’altro, ci sarete arrivati da soli, è l’immarcescibile Running Free, ancora dissacrante perché, a dispetto dei kg in più, Paul è ancora lì con noi, a correre sulla stessa pista della vita, contro corrente.
Sono quasi le due ma non posso andar via, ho un appuntamento con il numero della bestia 666 per antonomasia. Ho una copia in vinile di Maiden Japan nello zaino, trovata dopo anni di ricerca in un negozio di dischi berlinese. Non so se mai mi ricapiterà. Intanto penso che sarà stanco e molto incazzato, che non avrà voglia di vedere nessuno stupido fan, che ce la farà pagare per tutta questa mancanza di professionalità. Col cazzo! Entro, lui prende il disco, l’autografa e allora ti dimentichi di tutto e ringrazi te stesso per esserti preso a calci nel culo. dopo una domenica pigra, rallentata dal cibo pesante, dal vino rosso soporifero e dal freddo pungente.
Oh well, wherever, wherever you are, Iron Maiden's gonna get you, no matter how far.
Articolo del
15/12/2013 -
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