|
Spostarsi da Milano verso Torino, e precisamente allo sPAZIO 211, percorrendo centosettanta km all’andata, e altrettanti al ritorno, può sembrare una pazzia. Ma dopo aver visto ciò di cui sono capaci gli Sleepy Sun ogni pazzia è permessa e giustificata, e sinceramente lo rifarei altre sette volte, senza pensarci un nano (non pensate a lui!) secondo.
È una serata limpida e fredda quando arrivo al locale, dentro il merchandising espone LP e dieci pollici più che appetitosi. Di fronte al palco praticamente regna il vuoto, in giro ci sono pochissime persone il che induce a pensare che o la band è totalmente sconosciuta o la serata inizierà più tardi del previsto. Dopo un’ora e mezza di attesa scoprirò, con fastidio, che la seconda opzione era quella esatta. Superata la noiosa attesa e la stanchezza con una pinta bionda si fanno le ventitrè, la musica che fuoriesce dalla casse si zittisce, le luci si spengono ed eccoli sul palco. Ognuno di loro si piazza dietro i propri strumenti, con calma. Ma c’è qualcosa che non torna, se l’occhio non mi inganna, e la matematica non è un’opinione, manca qualcuno. Rachel Fannan non si vede, dapprima penso ad un’entrata scenica, smentita sulla lunga dalla sua persistente latitanza. Gli amplificatori Fender, intanto, si scontrano contro gli Orange caldi e fumanti; la filosofia delle chitarre Stratocaster, bianco panna modello Jimi Hendrix, sfida le Gibson. Quando i ragazzi attaccano Open Your Eyes l’arcano si dipana e tutta quell’attesa di colpo ha un senso compiuto. La capacità di questi ragazzi di maneggiare l’hard-rock, a tinte psichedeliche, con il folk impreziosito da fantastiche aperture melodiche lascia di stucco. Sono quasi fastidiosi per la loro bravura, imbarazzante è quella capacità di fondere i vari verbi musicali. Il risultato è una miscela esplosiva che su disco non lascia scampo e dal vivo ti fa spuntare un sorriso da ebete sul volto mentre l’estasi s’impossessa del tuo corpo. Le due asce, poste ai lati del palco, daranno prova di potenza ed eleganza, impegnate in una sfida all’ultimo riff. Una è immersa nel feedback e l’altra impegnata a domare gli effetti sgargianti del cry-baby, insieme addobano i brani, mentre la sezione ritmica, capace di bruciati partenze, torreggia disegnando le strutture portanti del songwriting. Bret Costantino, che peserà sì e no 50 kg, dimostra di non avere (come qualcono al mio fianco giustamente nota) il physique du role, ma sa come padroneggiare l’arte della voce. Non una stecca, né una sbavatura o incertezza. Urla e sussurra, poi distorce la voce attraverso aggeggi elettronici. Ma non pago della sua performance si applica all’armonica, alla chitarra acustica, passando per le maracas. Mentre si contorce in uno strano ballo disarticolato, ed esorta la band, arriva Marina che potrebbe fare da sigillo a questo show. Il calore e la luce di questo brano sono puro piacere per occhi ed orecchie. Bret maneggia il microfono come un animale da palcoscenico, poi ringrazia il pubblico nelle sole parole d’italiano che conosce.
Per un attimo spariscono spariscono dal palco ma rieccoli per i bis: Wild Machines e la stupenda, quanto micidiale, Sandstorm Woman sono la dimostrazione netta della superiorità schiacciante di questa band. Imperdibili!
SETLIST:
Open Your Eyes Horses White Dove Red/Black Golden Artifact New Age Marina Wild Machines Sandstorm Woman
Articolo del
11/11/2010 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|