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It’s A Beautiful Day. Comincia così l’ultima data europea del tour degli U2. Dopo la suspense legata alle sorti della schiena di Bono, la lunga carovana del 360° Tour 2010, conclude a Roma una parte consistente del giro del mondo, in attesa di chiudere il periplo con le date australiane e neozelandesi.
Ritorno sul prato a vedere un concerto degli U2 con un salto temporale da capogiro. Me ne accorgo quando ripenso alla prima volta del gruppo irlandese a Roma, nel 1987 allo Stadio Flaminio, un ricordo che viene sottolineato dallo stesso Bono a metà concerto: “nel 1987 noi ci siamo innamorati di Roma e Roma si è innamorata di noi…“. L’Olimpico è gremito in ogni ordine di posto, come se fosse un derby calcistico, una folla composta e come prevedibile ultragenerazionale che rimane abbagliata dall’ingresso sul palco dei quattro eroi di Dublino.
Gli U2 sono il lunapark della musica, hanno messo in piedi uno show che incanta per l’impatto visivo e per la scelta di una scaletta senza respiro, tra vecchie e più recenti hits, e un paio di canzoni inedite che faranno parte del prossimo lavoro in studio. Get On Your Boots, Magnificent, Mysterious Ways, Until The End Of The World, All That You Can’t Leave Behind, Elevation, Bad, All I Want Is You, Miss Sarajevo e One sono il nucleo centrale di uno spettacolo che scorre tra palco e immagini ad una velocità costante, supportata da The Claw un prodigio di tecnologia che non ha precedenti nella storia della musica dal vivo.
Ma questo è solo il contorno. Il succo del concerto degli U2 è racchiuso nella loro immutata capacità di essere un vero e proprio media, aggiornato con i tempi. Anche se si può discutere all’infinito tra le contraddizioni di una macchina da business come il 360° Tour e i messaggi che vengono fuori dalla musica e dalle parole del gruppo, è indiscutibile che il richiamo di Bono alla drammatica situazione di Aung San Suu Kyi (la leader birmana reclusa da molti anni per motivi politici nella sua casa), il richiamo a Roberto Saviano, e le immagini di Teheran sulla musica di Sunday Bloody Sunday, sono ancora elementi portanti della ragione di vita del gruppo irlandese.
Ci sono tante altre sfumature sparse nelle due ore di esibizione degli U2, che rimarranno nelle retine e nel ricordo dei 75.000 dell’Olimpico. Ricordando la potenza irrefrenabile della loro esibizione del 1987, ritrovo oggi un gruppo dal volto umano che cede clamorosamente su alcuni pezzi da novanta della scaletta, che risente delle ultime vicende di Bono, che sente di essere ad un passo dalla nuova svolta nella storia di quella che rimane la più grande illusione rock contemporanea.
Articolo del
12/10/2010 -
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