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Album di denuncia diretta e cruda sul genocidio palestinese operato in questi tempi dal governo di Israele, ma non solo.
Questo e altro è "Yiddish Blues", progetto artistico intenso, di altissimo valore sociale, che unisce Moni Ovadia, Michele Gazich e Giovanna Famulari, tre musicisti che al di là delle differenti provenienze artistiche dimostrano in questo lavoro una sintonia e una coesione straordinarie.
Opera profonda e senza filtri, ma anche proposta culturale viscerale, dove il titolo non si riferisce a un genere musicale, mancando infatti la caratteristica struttura armonica del blues, ma a una particolare condizione spirituale.
“Yiddish Blues” parla di diaspora, di esilio, di privazione di confini, di privazione di ogni diritto, facendo comprendere all’ascoltatore che la storia si ripete e talvolta, come nel caso della Palestina, al contrario: i perseguitati del passato divengono i persecutori dell’odierno.
In questo senso i tre artisti riescono a levare alta una voce che dimostra come il tormento che era presente nella parlata degli ebrei veneziani è lo stesso del blues afroamericano ed è il lamento, allora come oggi, di chi viene privato della propria terra, della propria casa, della vita dei figli.
Una denuncia che certo non può essere ritenuta faziosa, essendo Moni Ovadia di religione ebraica.
In particolare due pezzi parlano di quello che dallo stesso Ovadia è stato definito “genocidio palestinese”: “Palestina, terra di dolore” e “Il piccolo Alì”, presentate ambedue al Premio Tenco 2025.
“Palestina terra di dolore” è un forte e coraggioso atto di accusa contro quanto gli israeliani stanno commettendo in Palestina e continuando a commettere, ma anche un invito a unirsi, donne e uomini di buona volontà contro ciò che sta accadendo (“Palestina sei tutti noi”).
Un pezzo dove la parte musicale, ben introdotta dalla voce struggente del violoncello suonato da Giovanna Famulari, poi seguito dal violino e quindi dal pianoforte, si inchina a un testo terribilmente significante (“Cos’hai fatto folle sionista // Questa terra è la tua vergogna // È un sepolcro di vittime innocenti // A memoria della tua viltà”).
Il brano “Il piccolo Alì” nasce invece da una cruda immagine rimasta impressa nella memoria di Moni Ovadia, quella di un bambino di dieci anni a cui una bomba aveva mutilato entrambe le braccia.
Gli occhi di quel bambino, fissi negli occhi di chi guardava la fotografia, erano un silenzioso atto d’accusa contro chi era colpevole di complicità, contro chi non si era mosso (e non si muove tutt’ora) per evitare il martirio di bambini, vecchi, donne, uomini.
In questo senso il pezzo trasmette a chi ascolta emozioni che è impossibile spiegare a parole.
Altri pezzi notevoli “Materiali sonori per la descrizione dell’anima di Paolo F.” dove il sottofondo iniziale di violoncello, al quale si aggrega poi il violino, contribuisce a far risaltare le parole pronunciate da Ovadia sull’apparente contraddizione fra l’essere anarchico ed ebreo, e “Dona Dona”, un brano che ispira un senso di compassione profondo per le vittime di tutti i tipi, non solo umane, ma anche animali.
Interessante il brano “Piskhù li” che recupera un canto paraliturgico del repertorio khassidico e usufruisce dell’apporto, al bouzouki, di Marco “Tibu” Lamberti; all’interno di questo pezzo è inserito il brano solo strumentale “Fontanigorda” di Michele Gazich.
L’album è chiuso da un brano, “Il Mattino” che alla fine è un inno alla speranza, una speranza che come dicono i tre artisti “a differenza della violenza, non ha prezzo, non si può comprare”, con un bellissimo contrasto fra la pacata introduzione strumentale e la cruda voce di Ovadia.
Nel complesso “Yiddish Blues” è un’opera nata dall’urgenza civile di Moni Ovadia al quale si sono accompagnati Giovanna Famulari e Michele Gazich di denunciare la tragedia e il martirio del popolo palestinese a Gaza, ma non si riduce a questo, sia pure importante, tema.
Grazie alla contaminazione artistica che fonde la tradizione della cultura ebraica mitteleuropea con le sonorità malinconiche del blues i tre artisti raccontano storie di sofferenza, esilio e resistenza comuni a tutti i popoli martoriati, concludendo con il messaggio che c’è qualcosa che nessuno potrà mai annientare: la speranza.
TRACKLIST 1. Il piccolo Alì 2. Maltamé 3. Materiali sonori per una descrizione dell’anima di Paolo F. 4. Es Brent 5. Palestina terra di dolore 6. Dona Dona 7. Avino Malkeinu 8. Shnirele perele 9. Piskhù li 10. Il mattino
LINE UP - Moni Ovadia, voce - Giovanna Famulari, violoncello, voce - Michele Gazich, pianoforte, voce - Marco “Tibu” Lamberti, bouzouki in “Piskhù li”
Articolo del
03/06/2026 -
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