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A oltre trent'anni dall'esplosione del grunge, raccontare ancora la scena di Seattle senza cadere nei luoghi comuni non è impresa semplice. Tra biografie, memoriali, saggi e raccolte di aneddoti, il rischio è sempre quello di ritrovarsi davanti all'ennesima celebrazione di Kurt Cobain e compagni o di Bruce Pavitt e Jonathan Poneman fondatori della Sub Pop. ”Smell Of Grunge” di Alessandro Cancian e Giacomo Graziano evita questa trappola scegliendo una strada diversa: raccontare il fenomeno partendo dai dischi.
Il volume, pubblicato da Arcana, si sviluppa su tre grandi Capitoli, “L’ultimo che lascia la città spenga la luce“ – il battesimo della Scena di Seattle, “Quella piccola e folle cosa chiamata grunge“ – gli anni del successo mainstream e il finale “All in All is All we are“ - Il declino del grunge ed i suoi protagonisti tutti e tre intervallati da sottosezioni che anticipano la presentazione di album significativi del periodo interessato. Il tutto vissuto come una lunga traversata della storica scena di Seattle, dalle prime avvisaglie sotterranee della metà degli anni Ottanta fino al graduale esaurimento della sua spinta rivoluzionaria a fine anni ‘90. Non si tratta però di una semplice enciclopedia discografica. Certo, gli album sono il perno attorno al quale ruota l'intera narrazione, ma il vero merito degli autori è quello di utilizzarli come strumenti per ricostruire relazioni, influenze, incontri e cortocircuiti che hanno contribuito a trasformare una realtà locale in un fenomeno globale. Cancian e Graziano dimostrano di conoscere profondamente la materia. La sensazione è quella di trovarsi davanti a un lavoro costruito dopo anni di ascolti, ricerche e confronti, dove la passione non scivola mai nel fanatismo e l'approfondimento non diventa esercizio di sterile erudizione. Perché il cosiddetto Seattle Sound non è mai stato un genere vero e proprio, ma piuttosto una collisione continua tra punk, hardcore, metal, garage rock e attitudine indipendente. Una scena viva, disordinata e spesso contraddittoria, che il libro restituisce con notevole precisione.
Particolarmente riuscita è la prima parte del libro, dedicata alla genesi del movimento quando il grunge non si chiamava ancora grunge e tutto passava attraverso etichette minuscole, concerti improvvisati e tirature da band collegiali. Qui il lavoro di ricerca degli autori diventa didascalico, non tanto per la quantità di informazioni raccolte quanto per la capacità di collegarle, costruendo una rete di relazioni che aiuta a comprendere come una periferia geografica e culturale sia riuscita a diventare il centro del mondo rock per una manciata di anni. È probabilmente la sezione più affascinante dell'intero volume perché restituisce il senso di una scena ancora in formazione, lontana dalle luci di MTV e dalle logiche delle major.
La parte centrale, dedicata all'affermazione mainstream, rappresenta invece una sorta di grande mappamondo discografico del grunge. Dai Nirvana ai Soundgarden, dagli Alice In Chains ai Pearl Jam, passando per figure meno celebrate ma altrettanto importanti, il libro offre una lettura dettagliata e ben documentata di album che hanno definito un'epoca. Gli autori non demonizzano il rapporto con le major ma lasciano emergere, quasi naturalmente, la contraddizione che avrebbe accompagnato l'intera parabola della scena: come può sopravvivere una cultura underground quando diventa il nuovo volto del mainstream?
Il capitolo finale è uno sguardo sul declino della stagione grunge, affrontato senza indulgenze ma anche senza la tentazione di trasformare tutto in una tragedia annunciata. È il naturale epilogo di una parabola artistica che, proprio nel passaggio dall'underground al mainstream, ha trovato contemporaneamente la propria consacrazione e i primi segnali di esaurimento. Il punto di forza di “Smell Of Grunge” resta comunque la capacità di riportare l'attenzione sulla musica. In un'epoca in cui il racconto del grunge è spesso schiacciato dal peso della sua iconografia e delle sue mitologie, Cancian e Graziano ricordano che al centro di tutto ci sono ancora gli album, le canzoni e le idee che hanno reso irripetibile quella stagione. Un volume corposo (circa 400 pagine) che richiede tempo e attenzione, ricco di dettagli e riferimenti, con ottime playlist alla fine di ogni capitolo che riflettono sicuramente i gusti degli autori e ripagano ampiamente il lettore. Non è soltanto una lettura consigliata agli appassionati del genere - la selezione dei titoli include i dischi considerati dagli appassionati come imprescindibili nonché una serie di lavori meno conosciuti ma che stimolano la voglia di chi ha tralasciato band cosiddette secondarie - ma è uno strumento prezioso per comprendere come una scena periferica sia riuscita a cambiare per sempre il linguaggio del rock contemporaneo. Perché, al netto delle leggende, delle camicie di flanella e delle copertine iconiche, il grunge resta soprattutto una storia di dischi. E questo libro lo ricorda molto bene.
Articolo del
08/06/2026 -
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