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Laddove il lavoro sui corpi è svolto egregiamente, l’osservazione dall’ennesimo punto di vista sulla Shoah risulta banale. Se da una parte Kate Winslet dà prova di forza, carattere, versatilità, Ralph Fiennes è privo di personalità, annientato egli stesso da un personaggio che è sì svuotato, ma in seguito ad un percorso e ad un vissuto travagliati. E se l’Oscar a Kate Winslet è pienamente meritato, ancor di più lo sarebbe stato se lo avesse vinto per Revolutionary Road.
Anna e Michael si incontrano casualmente in una Berlino in via di ricostruzione dopo la guerra. Hanno una relazione che dura un’estate: Anna è una donna, Michael un sedicenne che da lei impara l’arte dell’amore e ad amare. Si vedono quotidianamente, fanno l’amore e poi lui le legge qualcosa, da Omero a Cechov, da L’amante di Lady Chatterly ai fumetti, da Le avventure di Huckleberry Finn a Guerra e pace. Anna è affascinata dalla sua voce e si appassiona alle storie, ma le incomprensioni e le distanze reali portano i due a scontrarsi e a non comprendersi. Poi improvvisamente e senza dare avvisaglie lei abbandona l’appartamento in cui si incontravano e i due si perdono. Anni dopo, Michael è uno studente di Giurisprudenza ed insieme ad un suo insegnante segue il processo a sei carceriere delle SS, tra le quali, con suo profondo sconvolgimento, ritrova Anna. Combattuto tra l’aiutarla e il rimanere inerme, quindi tra la verità e la morale, rimane fermo in un oblio che si porterà dietro tutta la vita. L’unico conforto che si sente di poterle dare è inviarle delle audiocassete registrate con la sua voce che legge i “loro libri”: l’ Odissea, La signora con il cagnolino ed tanti altri. La vicenda è raccontata su tre piani temporali: 1958, quando i due si conoscono; 1966 durante il processo e 1995 quando dopo più di 20 anni di carcere Anna sta per essere scarcerata e Michael si sente in obbligo di farsene carico con malcelata riluttanza, disgustato dall’apprendere che Anna non si è pentita dei suoi errori, né forse li ha compresi.
Ci troviamo di fronte a due grandi prove di attrice per Kate Winslet: April di Revolutionary Road e Anna di The reader. Ambedue sole, ambedue omicide e suicide, ambedue colpevoli agli occhi del mondo. Mentre però in Revolutionary Road l’attrice trova i suoi spazi e tempi, magistralmente orchestrati da Sam Mendes, la Kate Winslet di Stephen Daldry è l’unico elemento di reale valore, cui si contrappone tutta una serie di noiosi campi e controcampi, dialoghi scialbi, sceneggiatura macchinosa e lacunosa. Come il personaggio di Bruno Ganz appare e poi scompare, perché necessario ad offrire brevi e frastagliati spunti di riflessione sulla giustizia. Oppure la sequenza di scene ad Auschwitz: che Michael abbia preso coscienza dell’orrore che è stato perpetrato nei campi di sterminio solo in quel momento sembra poco credibile e il tocco didascalico, in un film che avrebbe potuto sembrare sovversivo, sembra voler riappacificare l’animo dello spettatore. La nazista muore, il “ragazzo” si redime dei suoi e di quelli altrui. Il dialogo finale di una sopravvissuta è quanto di più inutile (ma apre uno spiraglio sul potere di cui godono oggi le comunità ebraiche nel mondo).
Il lavoro sui corpi è l’aspetto migliore di questo film. Le uniche scene che possono fregiarsi di valore sono quelle in cui i corpi vengono osservati da vicino nel loro candore, nella loro passione, nel loro vibrare. Eppure il lavoro che Kate Winslet fa su se stessa è più elaborato e contemporaneamente più trattenuto in Revolutionary Road: travagliata, sempre sul punto di esplodere e poi capace di rientrare nei ranghi come e più di prima, ancora più soffocata e costretta. Anna è piuttosto una donna umile, analfabeta e ignorante, ma, come spesso accade, orgogliosa. Incapace di distinguere il bene dal male, ingenua e, a causa del suo rigore e della sua severità, di una sincerità spiazzante. Invecchiata e appesantita dalla solitudine e dall’isolamento resta ferma sulle sue idee senza dare la parvenza di ritrattazione.
“Ho imparato a leggere” questa è la frase più bella del film: un film che promette bene nelle scene e nei ritmi iniziali, ma che poi vuole percorrere strade già precedentemente (e in maniera migliore) battute: la presa di coscienza, il pentimento e l’espiazione di fronte all’eccidio di milioni di Ebrei.
Articolo del
27/02/2009 -
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