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Nel saggio "From Refrain to Rave. The Decline of Figure and the Rise of Ground" il musicologo Philip Tagg, seguendo il modello della Gestalt, la Psicologia della Forma, ha evidenziato la differenza tra la musica tradizionale, sia colta che popolare, in cui è centrale la polarità gestaltica tra figura e sfondo, e la rave music, dove questa dicotomia viene annullata in favore della negazione dell'individualità e del primato dello sfondo sonoro. Egli scrive:
“La figura, nella musica tradizionale, è la melodia; lo sfondo è costituito dal ritmo e gli arrangiamenti armonici. Ora, nella musica techno la figura, cioè la melodia in senso tradizionale, è assente: resta solo il fondo; e questo cambiamento troverebbe il proprio equivalente nella psicologia dei partecipanti, che vanno ai rave per formare insieme uno “sfondo” senza figure: è la folla che danza, una folla in cui la personalità individuale è come dissolta.”
In Sirāt di Óliver Laxe lo sfondo è suono, centrale per tutta la durata del film, battito puro e pulsante. È immagine vivida, figura che valica le sensazioni e il dolore stesso. È corpo corale, mutilato e danzante, che attraversa il deserto dell'esistenza e la polvere del destino. Nella profondità della pellicola, girata in super 16 mm, lo spazio è ritmo sonoro, è materia, è flusso ossessivo di inquadrature.
Il viaggio, fisico e metafisico, di Luis (Sergi López) e suo figlio Esteban (Bruno Núñez Arjona) alla ricerca di Mar, segue la forma nuda e ostile del deserto e la comunità nomade di veri e propri raver, attori non professionisti (Richard Bellamy, Stefania Gadda, Joshua Liam Henderson, Tonin Janvier e Jade Oukid), delinea con forza autentica il rito, collettivo e catartico, la foggia materica di quel “Sirāt”, di quel ponte che separa Inferno e Paradiso nel Giorno del Giudizio.
Il suono è l'altro protagonista indiscusso di questo film, figura essenziale che si staglia tra le distese di sabbia del vuoto, monolite solitario tra le lande desertiche e profeta di quelle pulsazioni profonde trasfigurate nelle casse guaste e malfunzionanti che Jade raccoglie e conserva dalle macerie dei rave precedenti, quelle più autentiche, che gracchiano e che non sai quando esaleranno l'ultima nota.
Il lavoro sul sound in questo film è viscerale: dalle basse frequenze del sound system alla babele linguistica, dal Field recording, quasi documentaristico, dei rumori della natura, del vento e della polvere, delle rocce e delle ruote dei veicoli che scavano nella terra, alla intensa colonna sonora di Kangding Ray, che segue la narrazione non lineare del film nella trascendenza fragorosa del suono stesso.
In Sirāt suono e immagini sono una cosa sola, uniti indissolubilmente da un legame difficile da corrodere, come il corpo e la mente, come l'immagine di una madonna contemporanea che danza tra le distese aride del deserto, deflagrando tra le note. Il deserto non è soltanto un simbolo, ma materia che smarrisce e disorienta, che stupisce e lacrima come la contemplazione lacerante di un paesaggio dai toni freddi, quando la luce e il buio si incontrano.
Nella sala buia, la sensorialità della scomparsa diviene l'essenza del film, così come l'angoscia che ne deriva e che non lascia indifferenti. Sirāt è un limbo sospeso che vuole turbare per connetterci con le nostre ferite più ancestrali. È uno specchio che obbliga a guardarci dentro, mentre si assiste all'inalienabilità del fato, alla fragilità illusoria e vulnerabile della condizione umana. È un rave alla fine del mondo, oltre la vita, oltre la morte.
«È così che ci si sente alla fine del mondo?» «Non lo so, è da molto tempo che è la fine del mondo»
Articolo del
24/01/2026 -
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