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David Mamet
Redbelt
Drammatico, 99' - U.S.A.
2008
Sony Pictures
di
Alberto Boldini
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Mike Terry è il proprietario di una palestra nella quale egli stesso insegna il Jiu Jitsu. Gli affari purtroppo non vanno come dovrebbero, finché in una burrascosa notte la sua vita sembra prendere una direzione dai risvolti imprevedibili e solo apparentemente più gratificanti.
Il primo consiglio, a chi ancora deve vedere Redbelt, è di non sprecare i propri soldi confidando in un kung fu movie di rapido consumo. Prima di tutto si parla principalmente di Jiu Jitsu. In secondo luogo, se il film si collega al genere (per la verità piuttosto in declino) dei cosiddetti martial arts movies, questo accade proprio in ragione della sua atipicità. A dispetto dell’ingannevole incipit, di combattimenti veri e propri non se ne vedono molti. L’esperto David Mamet (sceneggiatore, fra gli altri, de Gli intoccabili) riesce addirittura a minimizzare intelligentemente il classicissimo elemento del torneo, ridotto ad uno sceneggiato completamente pilotato. E, senza rivelare nulla, il memorabile abbraccio finale concede ben poco alla retorica più bieca, attestandosi invece come la malinconica, reciproca consapevolezza di un mondo d’onore andato ormai perduto.
Il secondo consiglio, appurato quanto precedentemente detto, è senz’altro quello di accontentarsi dell’esile trama riportata all’inizio prima di entrare in sala. Questo perché in caso contrario i primi due terzi del film non riuscirebbero a valorizzare degnamente la scatenata sceneggiatura di Mamet, il quale non sembra troppo preoccupato della questione della verosimiglianza. Il punto però è che potrà contare sulla complicità dello spettatore, non appena questi si ritroverà travolto dalla rapidissima sequenza di avvenimenti messi in scena dall’abile regista/commediografo, con lo scopo di dipingere infine davanti ai nostri occhi il tribolato calvario (e la successiva affermazione) di un vero eroe, orgogliosamente anacronistico per definizione e necessità.
Perni di questa affascinante e intricata rete risultano i personaggi ancor prima degli attori (eccezionali) che li impersonano. Questo perché Mamet è riuscito a ricreare fin dal processo di scrittura un più che convincente gruppetto di personalità di primo piano (almeno tre) senza mai lasciare al caso quelle apparentemente più marginali. Vedere per credere il personaggio di Laura Black: l’interpretazione delicatamente tragica di Emily Mortimer (Matchpoint) lo arricchisce di un raro spessore emotivo.
Inutile girarci attorno: se doveste avere la fortuna di poter assistere a una proiezione di Redbelt nei paraggi, non esitate. In caso contrario il noleggio, in un futuro non troppo lontano, sarà d’obbligo.
Articolo del
17/09/2008 -
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