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Álex de la Iglesia
Oxford Murders - Teorema di un delitto
Thriller, 107' - Spagna 2008
Eurimages, La Fabrique de Films, Tornasol Films S.A. / Warner Bros.
di
Fabio Piozzi
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Il giovane Martin giunge a Oxford attratto dalla passione per la matematica e dalla venerazione per il professor Seldom. Si stabilisce presso un’anziana signora, che pochi giorni dopo viene trovata morta in soggiorno – prima vittima di una serie di omicidi legati a simbologie matematiche. La sequenza logica innescata dall’assassino spinge i due protagonisti a indagare per prevederne le mosse future.
Lo spagnolo Alex de la Iglesia centra l’obiettivo di confezionare un thriller a sfondo matematico che non risulti troppo pedante (vedi π – Il teorema del delirio) o troppo forzato (vedi The Number 23). E ben sappiamo che portare la disciplina dei numeri su schermo non è sinonimo di grande affluenza di pubblico. Il rischio di trovarsi di fronte all’ennesimo specchietto per le allodole era alto, almeno sulla carta, ma più che essere un Codice Da Vinci versione migliorata, questo Oxford Murders è un perfetto congegno architettato nei minimi termini già in fase di sceneggiatura. Che si rifà al romanzo La serie di Oxford di Guillermo Martinez.
Fin dai primi minuti è evidente come il regista-sceneggiatore richieda un alto livello di attenzione allo spettatore. Il quale viene sottoposto a un numero piuttosto elevato di nozioni matematico-filosofiche unite alle dissertazioni logiche e psicologiche dei due protagonisti, impegnati a confrontare le loro visioni della realtà. Fra Wittgenstein e Fibonacci, fra il teorema di Dormat e Pitagora, fra la psichiatria e gli intrecci amorosi, l’ora e cinquanta di pellicola scorre in un baleno, avvolgendoci in una ricerca al colpevole (e non a caso Cluedo è il gioco preferito dal vecchio professore) che non è mai scontata. La strutturazione della vicenda è un meccanismo perfetto che nulla lascia al caso e all’ovvietà, e fra indizi e depistamenti si srotola un crimen perfecto, un giallo che da tanto, troppo tempo mancava nelle sale. Forse addirittura dai tempi de I soliti sospetti di Bryan Singer.
Diretto e fotografato con estrema accuratezza – ne è la prova il magistrale piano sequenza dell’inizio – questo film ha il fascino intrigante di quei rebus che non danno pace fino alla loro risoluzione. E se partiamo dall’ipotesi che la condizione necessaria per giudicare la riuscita di una pellicola, sia la capacità di coinvolgere, stavolta la formula è ampiamente verificata.
Unica nota sottotono è la presenza dell’hobbit Elijah Wood, con la solita faccia da bambino spaventato, fuori parte nell’interpretare uno studente di matematica novello detective. Il casting non erra invece nello scegliere il veterano John Hurt per la parte del professore, grandissimo mestierante sovente trascurato.
Se al liceo avete odiato la matematica – come il sottoscritto – fate uno sforzo e superate lo scoglio. Lasciatevi intrappolare dal teorema di de la Iglesia e uscirete soddisfatti di esservi messi in gioco al cinema, per una volta. E non è poco.
Articolo del
18/04/2008 -
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