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Jay Russell
Water Horse - La leggenda degli abissi
Avventura, 110' - U.S.A.
2007
Beacon Pictures, Blue Star Pictures, Ecosse Films, Revolution Studios, Walden Media / Sony Pictures Releasing Italia
di
Marco Jeannin
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Che cosa può succedere a un bambino scozzese, che vive con la madre e la sorella in una magione sterminata, occupata pigramente da militari a riposo, e senza un padre partito per la guerra e mai più ritornato? Ovviamente di trovare sulla spiaggia un uovo di mostro marino. Manca qualcosa. Direi che come succedaneo di una figura paterna non è sufficiente. Basta aspettare qualche minuto ed ecco comparire, temerario e silenzioso, il nuovo guardiano tuttofare. Perfetto. Ora che gli ingredienti ci sono tutti possiamo tranquillamente prepararci (purtroppo) all’ennesimo tentativo di sfornare un film pseudo fantasy, farcito di un budget di tutto rispetto e che vede quel tenerone del mostro di Loch Ness come protagonista indiscusso.
Tutto ha inizio nel più noioso e scontato dei modi: un vecchio (Brian Cox) che racconta in uno dei tipici pub di paese la vera storia della famosissima fotografia scattata a Nessie qualche anno addietro. L’ambientazione scozzese fa da sottofondo alla vicenda del piccolo Angus (Alex Etel), l’ultimo arrivato di casa e quindi il più fragile e ingenuo. Angus, trovato l’uovo, lo custodisce fino a farlo schiudere. Il piccolo mostro che ne salta fuori sprizza tenerezza da tutti i pori, ma è destinato a crescere a dismisura, fino a rappresentare un problema per l’intera famiglia, alle prese con un comandante raccomandato (David Morrisey), mandato nelle retrovie per non correre rischi da qualche parente influente.
Quella che parte come una commedia fantastica giocata sulle gag del piccolo mostro, si trasforma rapidamente in una sequela di ovvietà incentrate sulla tematica del diverso e sulla speranza che non muore mai, che tu sia un mostro marino o un bambino. Il problema è che nessuna delle pur lodevoli tematiche viene approfondita e argomentata tanto da essere interessante. Finché il mostro è piccolo tutti godono della sua tenerezza (e il furbastro Jay Russell lo sa bene). Appena cresce tutti cominciano a prendersi maledettamente sul serio.
Non bastano gli effetti digitali, seppur di buona fattura, a rendere speciale un film che sa profondamente di già visto e che non può evidentemente competere con altri prodotti ben più qualificati (basta vedere il quasi contemporaneo Spiderwick). Il film si trascina stancamente verso un finale strappalacrime che non ha nulla da invidiare alla peggiore scena di Free Willy. Dispiace veder sprecare un’ambientazione insolita e potenzialmente suggestiva. Il racconto di Dick King-Smith da cui è tratto è caratterizzato da un’ironia comica perdurante per l’intera lunghezza (a dire il vero molto breve) del racconto. Qualità che nell’adattamento si perde miseramente nel tentativo di elevare lo status da intrattenimento puro a intrattenimento morale. Purtoppo però la favola semplice e lineare di partenza viene inquinata da questioni troppo diverse e degne di un maggiore approfondimento (la guerra, la perdita del padre), ma che piano piano vengono dimenticate fino a scomparire.
Meno pretese e più divertimento avrebbero probabilmente giovato a un prodotto che si serve di un buonismo travolgentemente scontato per colpire al cuore lo spettatore distratto e lasciare a bocca asciutta tutti gli altri.
Articolo del
28/03/2008 -
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