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Due personaggi ridotti all’osso come cani bastonati da un’esistenza ordinaria ma ingrata, una Cina sostanzialmente incomprensibile fatta di spazi incalcolabili e dettagli rivoltanti, un viaggio che racchiude la propria importanza solo ed unicamente nel grembo di se stesso, nel suo développement e non nell’inarrivabile meta. “La Stella Che Non C’è”, come buona parte della cinematografia di Gianni Amelio, è un film cui assistere sollevati di un gradino rispetto a quanto scorre “in superficie”, davanti agli occhi: bisogna tentare di entrare almeno un po’ in sintonia con l’ampia e pesante gamma di tematiche – alcune abbozzate, altre del tutto latenti, altre ancora chiarissime – che la sensibilità del regista mischia sempre in un vorticoso frullato di sentimenti e raffinatezza. Senza una lettura attenta – non simbolica, ma certo ad ampio raggio – i film di Amelio corrono il rischio di sembrare tante belle uova di Fabergé, raffinate ma inutili. E invece no: dentro c’è tanta di quella sostanza da sostenere decine di film che invadono le nostre sale, insozzandole. Protagonista del film – ispirato ma, a ben vedere, possibile sequel filmico del libro “La Dismissione” di Ermanno Rea - è un Sergio Castellitto più lunatico e oscuro del solito, come sempre molto credibile nei panni del manutentore disoccupato Vincenzo Buonavolontà. Quando l’altoforno di cui si prendeva cura (uno dell’Ilva di Bagnoli chiusa nell’89?) viene smantellato e rivenduto ai cinesi, lo scontroso ma fierissimo tecnico si rende conto che la centralina va sostituita a tutti i costi, pena gravi rischi per la sicurezza di chi si ritroverà a lavorarci, in quell’altoforno. E così (hanno chiesto ad Amelio: “Perché?”, e il regista: “Perché parte? Perché si, la vita è fatta anche di decisioni all’apparenza irrazionali”) non ci pensa due volte a volare in Cina: lo ritroviamo a Shangai dove, altrettanto irrazionalmente, ritrova la giovane interprete Lin Hua (la deliziosa esordiente Tai Ling) conosciuta all’epoca della vendita dell’altoforno. Con la cesellata studentessa, che serba un segreto infame (per la cultura rurale cinese da cui proviene, certo non per l’ingenua ma bonaria mentalità di Vincenzo) si imbarcherà in un assurdo – e a tratti ci si ritrova pure col sorriso sulle labbra – “on the road” in una Cina fatta più da disperati uomini-massa, traffichini di ogni genere e palazzoni diroccati che di grattacieli e Pil in crescita. Sul Fiume Azzurro, poi Wuhang, l’inferno Chongquing, la piccola Ci Qi Kou e addirittura la Mongolia: Vincenzo e Li finiranno catapultati, alla ricerca di un altoforno irraggiungibile che sembra svanito nell’inquietante e al contempo affascinante immensità cinese, in una sorta di Purgatorio dagli aspetti a tratti putridi. Un’immensità che però Amelio affronta attraverso i dettagli, i particolari: la vita nelle fabbriche, i pasti, le abitazioni, i mezzi di trasporto. Non si baceranno o cose del genere, Vincenzo e Liu: no. Finiranno invece - grazie alla microepopea di cui divengono protagonisti - con l’essere accomunati da due esperienze di vita tanto distanti fra loro eppure enormemente empatiche. Due esperienze segnate dall’assenza, dalla solitudine, dalla scrupolosità di una (parte di) vita trascorsa a dare il meglio di se stessi ed il cui bilancio è quello dell’esclusione sociale, della mediocrità, dell’inutilità (per Buonavolontà) dell’homo faber e delle sue capacità. Sono vicini, hanno la stessa testa, nonostante la cultura sia un’altra. "In Cina non sono andato per scoprire la Cina, sono andato per capire meglio un operaio italiano", ha detto ancora il regista. E infatti oltre che un’istantanea efficace (certo, ne esistono senza dubbio di più pregnanti) della Cina che sta “sotto”, che sostiene il Pil da record e il lusso sfrenato della rampante middle class urbana, Amelio indaga con questa Odissea insensata un certo pezzo di Italia – quello delle cose fatte per bene, dello scrupolo, del lavoro incarnato da Buonavolontà – ormai raro come un interprete di italiano a ChongQuing.
Articolo del
21/09/2006 -
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