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Il film arriva sugli schermi italiani con qualche ritardo, in tempi supplementari, solo due anni dopo la fine del “tournage”, nel frattempo ha fatto il giro in diversi festival internazionali (Tokyo, Barcellona, Rotterdam e anche presentato nella sezione prestigiosa “Un certain regard” del Festival di Cannes 2002). L’angelo della spalla destra fa parte del progetto Fabrica Cinema, pensato e realizzato da Luciano Benetton in collaborazione con Marco Muller (nel ruolo di produttore) alla base dei lavori della “factory” del Gruppo Benetton, c’è una continua esplorazione nel mondo delle cinematografie in via di sviluppo, sempre speranzosa di continuare così a fare incetta di premi nei maggiori festival. Vengono subito in mente successi come il premio speciale della giuria di Cannes 2000 a Lavagne di Samira Makhmalbaf (Iran) o il premio per la regia a Venezia 2001 a Il voto è segreto di Babak Payami (Iran) o ancora l’Oscar 2002 per il miglior film straniero di Denis Tanovic con Non man’s land ( Bosnia), cioè l’ideazione e la produzione di un cinema morale e universale, seppur ancorato all’identità nazionale. La formula sperimentata è quella di costruire una valida cooproduzione internazionale attorno a un autore promettente ma geograficamente svantaggiato. L’angelo si pone su questa linea, facendoci scoprire che in Tagikistan, forse non ci sono sale cinematografiche, ma nonostante tutto esiste una scuola registica di cui Djamshed Usmonov è un esponente di punta. Il film è stato girato ad Asht, città natale del regista 37enne, sua seconda opera - dopo Il volo dell’ape del 1998 -, una commedia nera che racchiude una forte carica autobiografica e polemica nei confronti della situazione del paese natio (soprannominato non a caso dal protagonista Hamro “la tana del lupo” per essere un luogo duro, devastato dalla guerra civile) dopo la caduta del regime sovietico. Il lungometraggio ironizza fin dall’inizio sulla morte (il film comincia con un finto funerale e si chiude con un vero funerale) e sull’opposizione binaria dissolutezza/egoismo dei tempi moderni e la nostalgia per i valori del passato. L’autore tagiko descrive una società - quella risorta dalle ceneri dell’Urss e dalla successiva guerra civile che ha lacerato il paese - diventata più violenta, un Islam molto vicino a noi, nonostante il tempo sembra che si sia fermato in questo piccolo borgo agreste: sindaci traffichini e filibustieri, ospedali cadenti e evanescenti, sale cinematografiche a base di Bollywood, mafiosi e spacciatori, situazioni lette - attraverso il cinema - semplicemente a parabola universale, nonostante la dimensione geografica e umana così distante. La fotografia plumbea e invernale gonfia ancora di più i contrasti e la distanza tra città e civiltà rurale. Il titolo ci riporta a una delle tante leggende islamiche della foltissima tradizione orale del Tagikistan: sembra che ognuno di noi abbia due angeli invisibili sulle spalle, che tengono un libro, quello di destra segna le buone azioni e quello di sinistra le cattive, il giorno del giudizio si fa il bilancio, Paradiso o Inferno… L’angelo della spalla sinistra dell’avventuriero, egoista e violento Hamro deve essere stato in questi anni molto occupato, ci lascia immaginare a noi spettatori seduti nel buio il giovane autore. Dopo dieci anni di assenza (trascorsi soprattutto in prigione), Hamro fa ritorno da Mosca al piccolo e sperduto villaggio natio di Asht, per vegliare al capezzale della madre Halima morente. In realtà, la malattia della madre è solo uno stratagemma per costringere il “figliol prodigo” a tornare e occuparsi dei lavori della vecchia casa decadente, ma soprattutto Halima è preoccupata che alla sua morte la bara non passi attraverso la porta di casa che il figlio lasciò montata a metà alla sua partenza. Lei inganna lui. Lui inganna Lei (a sua insaputa venderà la casa, non appena lei sarà passata a miglior vita). Loro saranno ingannati a loro volta dal Sindaco. Un apologo dolce/amaro, semplice gioco della vita/teatro in cui ognuno cerca di usare l’altro. Lo stile di Usmonov è all’insegna del realismo che però tende a sfumare quando i contorni favolistici della storia prendono il sopravento sulla verità, prediligendo la finzione. Un’istanza di realismo che passa attraverso un cinema di fiction a tendenza semidocumentaristica, con episodi di cinema-verità, più spesso incline a certe convenzioni neorealistiche - per esempio si avvale di attori non professionisti, di una pellicola girata in presa diretta e di una dimensione autobiografica - o semplicemente della messa in scena “romanzesca”. Tempi lenti scandiscono come segni di interpunzione l’estetica del film tra il sogno, il cinema (Hamro fa il proiezionista) e il realismo. Il testo ci colpisce fin dall’inizio per l’uso del tempo, per la violenza con cui riporta il cinema ai suoi elementi primi, per come lotta contro il racconto e il tempo, mettendo in scena il superfluo. La mancanza della colonna sonora nei titoli di testa, ma soprattutto il rifiuto di musiche diegetiche (tranne le scene che si svolgono nel bar in cui la musica autoctona ha una funzione di veridicità e realismo) e extradiegetiche, non fanno altro che confermare l’espressione di una coerente ricerca: un’estetica che si spoglia di tutti gli orpelli. La regia è essenziale e apparentemente semplice: pochi movimenti di macchina. La m.d.p. incalza i personaggi, scegliendo di filmare la poesia dei gesti semplici scanditi da lunghi silenzi, la metodica ritualità delle azioni o i colori e i rumori di casa, le urla dei bambini che giocano sulla strada. Ma all’occhio attento dello spettatore non sfuggono le ricercate linee verticali dell’inquadrature. Usmonov disegna delle geometrie visive – l’unico vezzo che l’autore tagiko si concede - le infinite porte, finestre, muri, tende, creano un effetto sipario, definendo lo spazio e limitando la possibilità di azione dei personaggi. Infatti non c’è catarsi e non c’è salvezza per questi eroi. Fino all’ultimo Hamro sarà fedele al suo personaggio, incurante e cinico, ripartendo per la Russia con il figlio e lasciando in paese la giovane ragazza in dolce attesa. La parabola, è quindi un anti-parabola, una parabola negativa: tutti i personaggi sono sconfitti, solo il sacrificio di una madre, il suo gesto estremo - forse - può risolvere tutti i problemi. La sobria struttura narrativa ci conduce così con naturalezza e senza accelerazioni drammatiche verso il finale, lasciandoci una sensazione di incompiuto e di non detto. Una maggior aggressività e magia visiva o visionaria così cara alla cinematografia dell’est avrebbe senz’altro reso l’opera più interessante e godibile.
Articolo del
24/06/2004 -
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