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Erede di Tutto su mia madre di Almodovàr, il film di Inés Paris e di Daniela Fejerman propone una visita tutta comica del tema dell’omosessualità, togliendogli l’attributo di argomento “delicato” che in molti casi rende la questione più lontana che altro. Tre sorelle, adulte e sistemate, si trovano di fronte alla scoperta dell’ omosessualità della madre, separata da anni dal loro padre e pianista di successo. Con una scelta kafkiana la rivelazione avviene subito, nella prima scena del film, senza introduzione, senza ambientazione: lo shock genera il film. In un’ambientazione quasi tutta “interna”, che va dalla casa materna a quella di una delle tre ragazze, dalla discoteca alla dimora dell’amante, le due registe raccontano di una ricerca intimistica che va oltre la sfera del gusto sessuale e riguarda invece il proprio porgersi al “diverso”, quello proprio e quello altrui. La novità di “ A mia madre piacciono le donne” è nella presentazione ironica sia dell’omosessualità che degli inevitabili quanto ipocriti problemi familiari e personali: al posto di rifugiarsi nel drammatico, con quest’opera si è deciso di vedere la problematicità dell’esistenza attraverso una prospettiva di “naturale” sdrammatizzazione, in cui non si nascondono falsità e ipocrisie ma in cui, allo stesso tempo, si decide di rendere normali e non tragici i vari drammi. Non c’è infatti soltanto l’omosessualità della madre a turbare la vita di Elvira, Jimena e Sol ma anche i loro conflittuali rapporti con l’altro sesso, le loro inappagate ambizioni professionali, la loro ricerca di una direzione. Una fresca ironia ci trasporta nelle più assurde, imprevedibili eppure verosimili vicissitudini di una bizzarra famiglia in cui, quando si mettono da parte le apparenze, ogni certezza si fonda sull’istinto. Il film è piacevole e divertente, ma non manca di difetti. A parte Elvira infatti i personaggi risultano appena abbozzati; a volte, come nel caso di Eliska, l’amante della madre, ci si limita ad una figura che è solo ipotizzata, che nella scena non assume nessuno spessore, nessuna anima, lasciando la scena al presumibile e all’immaginazione. Il percorso di Elvira nella sua nevrosi/insicurezza va a salti, senza essere in nessun modo né spiegato né illustrato; così come il malessere della madre è dedotto dalle figlie ma non trasposto nella scena. La commedia va avanti con alcuni vuoti ma nel complesso è comunque discreta.
Articolo del
30/01/2004 -
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