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Al primo ascolto potrebbe sembrare un’operazione nostalgia ma i britannici Mamas Gun, pur guardando apertamente al passato, con questo sesto album riescono a restituirgli una nuova funzione. Ci sono band che inseguono il soul e band che lo comprendono davvero, il loro non è un esercizio di stile, né l’ennesima operazione vintage confezionata per sedurre i cultori del soul analogico. ”DIG!” è piuttosto la dimostrazione di come una band, dopo quasi vent’anni di evoluzione, possa finalmente suonare nel punto esatto in cui tecnica, visione e identità coincidono, definendone una maturità artistica che oggi pochi gruppi sanno raggiungere senza trasformare il tutto in sterile esercizio di stile.
Guidati dal cantante e songwriter Andy Platts, i Mamas Gun hanno attraversato diverse stagioni artistiche. Gli esordi flirtavano con un soul-pop elegante e radiofonico, mentre la svolta arrivata con “Golden Days” e si consolida in “Cure The Jones” fino all’ultimo “DIG! “che completa il percorso e rappresenta, probabilmente, la loro dichiarazione artistica più compiuta in perfetto di equilibrio tra scrittura ed esecuzione sonora. Il percorso iniziato ormai quasi vent’anni fa è passato attraverso mutazioni stilistiche che hanno trovato un affinamento del linguaggio musicale sempre più autenticamente soul. Lo stesso Andy Platts, mente creativa della band, ha più volte raccontato come la vera “versione definitiva” del gruppo sia emersa soltanto negli ultimi lavori, da “Golden Days” in avanti. E “DIG!” rappresenta probabilmente il compimento definitivo di questa evoluzione.
La grande forza del disco è il suono. Registrato direttamente su nastro analogico a 16 tracce negli studi ATA di Leeds, “DIG!” in un panorama dominato da produzioni digitali spesso impeccabili ma asettiche possiede quella profondità dinamica che manca a gran parte delle produzioni contemporanee. Non c’è artificio, non c’è sovrastruttura digitale invasiva, il groove nasce da cinque musicisti in una stanza che ricreano le atmosfere dei grandi dischi della tradizione soul funky e r&b. Si sente che è musica suonata da una band vera, ed è quasi anacronistico doverlo sottolineare nel 2026.
Un altro aspetto è la coesione interna del gruppo. Il cuore del disco resta la scrittura di Platts ma Chris Boot unisce precisione jazzistica e pulsazione funk e dialoga costantemente con il basso di Cameron Dawson che richiama la scuola Motown senza mai cadere nell’imitazione; Terry Lewis riempie gli spazi con le sue linee chitarristiche eleganti ed essenziali; Dave Oliver si muove tra piano, Wurlitzer e Hammond con una sensibilità che lega gospel, jazz e soul classico. Sopra tutto questo si muove la voce di Andy Platts, un falsetto morbido, intenso, capace di evocare Marvin Gaye, Bobby Caldwell e Daryl Hall mantenendo però una cifra personale riconoscibilissima.
La title track ’DIG!’ è inevitabilmente il manifesto dell’album ed il contributo del leggendario Brian Jackson, storico collaboratore di Gil Scott-Heron, non appare come una comparsata celebrativa ma come un incontro generazionale perfettamente naturale. Il brano si muove su coordinate jazz-funk sostenuto da un groove spontaneo, musica che invita a scavare — proprio come suggerisce il titolo — oltre la superficie, anche sul piano lirico. ’Food For The Flames’ è un soul sofisticato e notturno, costruito su un’atmosfera quasi cinematica, mentre Joy con il suo groove contagioso esplode come un’autentica scarica di ottimismo, pieno di cori luminosi e quell’energia positiva che rappresenta uno dei marchi di fabbrica della band. ’Wings’ si apre a suggestioni jazzistiche dal sapore Blue Note, con piano acustico e dettagli ritmici che evocano il soul-jazz degli anni Sessanta. Ma è con ’First Time In A Long Time’ e ’Had Me At Goodbye’ che i Mamas Gun riportano il gruppo dentro coordinate soul più tradizionali, quest’ultima in particolare recupera il romanticismo vellutato della Philly Soul dei Delfonics e degli Stylistics, con armonie vocali raffinatissime e arrangiamenti che sembrano usciti da una produzione anni Settanta rimasterizzata per il presente.
Tra i momenti migliori spicca ’Living On Mercy’, piccolo gioiello di soul urbano e minimale, costruito su pochi elementi, spazio, respiro, intensità emotiva. Ed è proprio il concetto di spazio a diventare centrale nell’economia del disco. Brian Jackson — storico collaboratore di Gil Scott-Heron e ospite nel brano title-track — lo sottolinea perfettamente nelle liner notes del disco: i Mamas Gun hanno capito che il groove vive tanto nelle note quanto nei silenzi. Interessante anche la deriva più psichedelica di “Phantom Love”, episodio più oscuro e atmosferico dell’album, in cui synth e riverberi aprono nuovi scenari dimostrando come la band non abbia alcuna intenzione di restare prigioniera dei codici del retro-soul.
In tempi musicali dominati dalla velocità, dall’algoritmo e dall’iperproduzione, i Mamas Gun scelgono di rallentare e costruire un album che chiede ascolto. “DIG!” non cerca la rivoluzione e l’obiettivo non è reinventare il soul: è ricordare quanto questo linguaggio possa essere ancora vivo. Quello che rende davvero convincente questo lavoro è la sua sincerità ed il talento dei musicisti che li colloca tra le realtà più credibili e raffinate del soul contemporaneo europeo.
Articolo del
18/05/2026 -
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