|
Dal punto di vista caratteriale, Van Morrison è la perfetta incarnazione del celebre sdoppiamento tra Dottor Jekyll e Mr Hyde. Coloro i quali partecipano ai suoi concerti non possono fare a meno di chiedersi di quale umore sarà Van “The Man”, se spiccicherà qualche parola ad di là dei saluti protocollari oppure si limiterà a fare qualche cenno col capo, se eseguirà asetticamente la scaletta oppure concederà qualche divagazione, se riuscirà a doppiare l’ora di presenza sul palco oppure chiuderà inesorabilmente la saracinesca dopo una manciata di minuti. Lo scorso 14 maggio, giorno della seconda tappa presso il Conservatorio di Milano - la prima si è tenuta la sera precedente - del tour con il quale l’artista irlandese sta presentando il nuovo cd “Magic Time”, questi interrogativi si sono riproposti a ciascuna delle circa 1.500 persone che hanno affollato la sontuosa struttura del capoluogo lombardo. Arrivati alla spicciolata sin dalle 18 e allietati da un piacevole tepore climatico, prima di accedere alla suddetta sede gli spettatori si sono intrattenuti tra le colonne del porticato d’ingresso e hanno potuto constatare che il suk, a volte un po’ stucchevole, eretto attorno ad ogni evento rock non risparmia neanche una location tirata a lucido e la cui attrattiva, almeno a Milano, è seconda solo alla Scala. Superate le bancarelle con il loro ingente carico di magliette e gadget ed entrati nella Sala Verdi, gli occhi sono costretti ad un’ampia circonvoluzione per cogliere le dimensioni e le rifiniture di un auditorium di forma trapezoidale che quest’anno ha deciso di concedersi agli appassionati di musica leggera in parecchie occasioni, tra cui lo show della strana coppia costituita da Joe Jackson e Todd Rundgren. Van Morrison e la sua band il suolo della Sala Verdi l’hanno calpestato alle 20.25 e qui la reazione degli astanti è stata controversa: qualcuno ha apprezzato la puntualità (anzi: l’anticipo di 5 minuti!) e l’ha considerata sintomo di buona vena, mentre un vicino di chi scrive ha borbottato qualcosa all’indirizzo dell’irlandese, poco rispettoso, a suo giudizio, nei confronti del pubblico, che in effetti stava ancora in larga parte affannandosi alla ricerca del posto. I dilemmi, in ogni modo, si sono dileguati ben presto. Superata l’impasse iniziale, i primi gridolini si sono uditi al momento di una lunga, interminabile e fatata “Moondance”, che è sembrato che Morrison avesse voglia di coccolare, accarezzare e dilatare per non farne perdere la minima stilla di piacere. E’ stato una sorta di gesto liberatorio, la prova che qualsiasi diffidenza poteva essere accantonata e che ci si poteva scatenare in battiti di mani e ondeggiamenti del bacino. Nessuno si è lasciato pregare. La platea risultava assai variegata e spaziava da signori attempati, alcuni dei quali avevano visibilmente costretto i propri figli ad unirsi a loro, a giovani sulla trentina dall’aria sveglia e vagamente bohémien, pronti a sottolineare tutte le sfumature dello spettacolo. Il loro entusiasmo si è concentrato sui classici, tra i quali si ricordano “Back On Top”, “Bright Side Of The Road” e “And The Healing Has Begun”, gli ultimi due tratti da un album (“Into The Music”) degno di figurare tra i migliori di Van Morrison. Ma non sono passati inosservati i brani tratti da “Magic Time”, opera pervenuta negli scaffali dei negozi italiani nei giorni immediatamente successivi ai concerti e per la quale questi hanno inevitabilmente rappresentato una rampa di lancio. Almeno due aspetti hanno giocato un ruolo fondamentale nell’impatto del concerto. Il primo è legato alla duplice veste che il repertorio di Van Morrison è capace di indossare. Le sue liriche sono strette tra due corni, cioè le atmosfere folk cupe e pensose, che sgorgano dagli umori della terra dalla quale proviene, e gli slanci indotti dall’amore per lo swing degli anni ’30 ed il “Free Jazz” della metà del secolo scorso. Ebbene, l’autore di “Astral Weeks” dal vivo, come dimostra l’imperdibile “A Night In San Francisco” del 1994, privilegia apertamente la seconda fonte di ispirazione e ciò contribuisce ad incrementare la sintonia con il pubblico. Poi, non può essere sottaciuta la stretta coesione con la band, un collaudato sestetto nell’ambito del quale svolge una regia sapiente, per quanto oscura, il trombettista Matt Holland. L’esibizione termina intorno alle 22 e la chiusura ha riportato al personaggio scostante che a volte indispettisce i dirimpettai. L’arrivo del bis dovrebbe essere anticipato da alcuni istanti di pausa atti a suscitare la giusta dose di suspense, ma Van Morrison non si è sprecato granché per far lievitare il clima di attesa e l’abbrivio di “Gloria” è stato preceduto da pochi passi percorsi di lato e susseguente, repentina riapparizione sul palco. Certo, il pezzo è stato interpretato con la consueta maestria e il fatto che (secondo il solito, ben informato “vicino di banco”) non sempre sia incluso nella scaletta ne ha reso ulteriormente avvincente l’ascolto, ma una maggiore cura del congedo non avrebbe guastato. Calato il sipario, resta questa l’unica nota stonata, oltre all’aspettativa, andata delusa, che la durata della performance si protraesse oltre i 100 minuti. Per il resto, di musi lunghi all’uscita dal Conservatorio se ne sono visti pochi e la sensazione più diffusa è stata quella che, non solo al confronto con i pari età, ma pure con nomi emergenti, Van Morrison sia uno dei pochi cavalli di razza su cui poter puntare ciecamente.
MONOGRAFIE: Schegge dal passato: Van Morrison - "Astral Weeks"
RECENSIONI: Van Morrison - What’s wrong with this picture?
RECENSIONI: Van Morrison - Down The Road
Articolo del
05/08/2005 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|