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Per una sera l’anima inquieta dei Tuxedomoon, la band di San Francisco, da sempre sospesa fra rock d’avanguardia, post punk e sperimentazione, torna a vivere. È successo nella sala interna della Maison Rosè, al Pigneto, a Roma, dove si sono radunati molti fedelissimi di quel gruppo leggendario, pronti ad accogliere con il dovuto rispetto e tanto calore il trio di Steven Brown che - insieme a Blaine L. Reininger - è stato membro fondatore dei Tuxedomoon.
Il trio è composto da Luc Van Lieshout, all’armonica e alla tromba, da Lucien Fraipont (degli Aksak Maboul), alla chitarra elettrica e al basso, e naturalmente da Steven Brown, alle tastiere, al clarinetto, al sassofono e alla voce. La band ha presentato dal vivo quasi tutti i brani di “In This Very World”, l’album dello scorso anno, insieme a molte vecchie canzoni dei Tuxedomoon.
Un concerto molto ben bilanciato, coeso e al tempo stesso carico di atmosfera, fatto di un flusso continuo di variazioni armoniche, di fratture improvvise, di assoli di sax e di chitarra che andavano a confluire sui temi melodici dettati dalla voce incantevole di Steven Brown, 74 anni compiuti, ma ancora perfettamente in grado di reggere lo show. Nel 1981 i Tuxedomoon lasciarono gli Stati Uniti per trasferirsi in Europa, considerata un luogo ideale per ricevere la loro proposta artistica. Si trasferirono prima a Rotterdam poi a Brussels, dove pubblicarono una marea di dischi per l’etichetta locale denominata Crammed Records.
Quando poi negli anni Novanta la band si sciolse, Steven Brown si trasferì in Messico e dal 2010 vive a Oaxaca, un piccolo centro non lontano da Città del Messico. Si è inserito a meraviglia nel tessuto locale, ne ha apprezzato la cultura, ha imparato la lingua e la sua attuale moglie è messicana. Da qui ha continuato a pubblicare album solisti e ha anche formato un nuovo gruppo, i Nine Rain.
Un’attività frenetica, ma anche una dimensione diversa, lontana dai falsi miti americani, distante anni luce dal trumpismo, vicina agli interessi della popolazione messicana e sempre schierato dalla parte degli oppressi. Una canzone come “Cheràn”, il brano che ha aperto il concerto, parla proprio di questo: gli abitanti di una piccola città che riescono a mandare via una intera amministrazione comunale, fatta di politici corrotti e di mafiosi.
Bellissima poi l’esecuzione di “Panic in Detroit”, un brano di Bowie, rallentato ad arte, come incantevole è stata la “performance” di “In A Manner Of Speaking” , il brano più noto dei Tuxedomoon, una ballata delicata e toccante, raro esempio di trascrizione musicale di un momento d’amore. Fra i brani dell’ultimo album ci sono piaciuti molto “Wordsworth” e “Work”, composizioni musicali che portano il marchio Tuxedomoon ad ogni singola nota, ma è sta molto bella anche la nuova versione data a “Waltz n°2” di Dimitri Shostakovitch.
Lunghe “suite” strumentali si sono alternate ai brani cantati, in un vortice molto coinvolgente di materiale vecchio e nuovo. Dal repertorio dei Tuxedomoon sono saltate fuori, come per incanto, anche le note di “A Home Away”, “Mucho Colores”, “59 to 1” e “Some Guys”, mentre dalla sua attività solista ci è piaciuto il recupero di un pezzo importante e molto avvincente come “The Book”. Una musicalità estremamente ricercata, talvolta drammatica, con echi cinematici e piena zeppa di riferimenti al “free jazz”, al “post punk”, alla “new wave” e alle colonne sonore dei “western” di Morricone. Un concerto pieno, fatto di qualità e di emozioni. Una occasione imperdibile che ci ha riconciliato con la musica suonata dal vivo.
SET LIST Cheràn Panic in Detroit (David Bowie) Luce Muchos Colores Some Guys A Home Away Waltz n°2 (Dimitri Shostakovitch) In A Manner Of Speaking Nakba The Book Hombre Invisibile 59 to 1 Work Wordsworth Nella Terra Lowlands
la foto è di Giancarlo De Chirico
Articolo del
22/05/2026 -
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