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Non sarà misteriosa e popolare come quella di Jim Morrison, ma anche la morte prematura di Bon Scott, primo frontman degli AC/DC, spirato un attimo prima del grande salto, ha la sua bella quota di enigmi.
Le testimonianze sulla sua scomparsa, infatti, sono sempre state contrastanti. Le modalità della sua morte, inoltre, hanno sempre lasciato aperto un grande interrogativo: fu davvero solo alcool? E i testi di BACK IN BLACK, uno degli album fondamentali della storia del rock, han sempre lasciato il dubbio che in qualche modo ci fosse lo zampino di Scott e che non fossero farina del sacco di Brian Johnson.
Jesse Fink, esperto di narcos e AC/DC, affronta la questione col piglio del giornalista investigativo, e in un monumentale lavoro di 512 pagine, ricostruisce gli ultimi anni della vita di Scott con un profluvio di testimonianze inedite e sorprendenti, raccolte da fans diventati amici, groupies non occasionali, ma con cui lo scozzese aveva un rapporto continuativo e stretto, colleghi meno e più fortunati (come Paul Chapman e Pete Way degli UFO), e delinea uno scenario piuttosto diverso dalla vulgata.
Scott ne esce certamente come un guascone impenitente, ma anche come una persona sensibile, appassionata di southern rock e desiderosa di prendersi una lunga pausa dal circo del rock e dalle dinamiche tossiche della band, in possesso di uno stile di scrittura dei testi a volte troppo brillante, allusivo e colto per gli standard richiesti dai fratelli Young per il loro pubblico, che consideravano composto da decerebrati, tanto da costringerlo a eliminare parole o frasi appena appena sopra il livello del suolo.
Il volume finisce per essere una vera e propria biografia degli ultimi tre vorticosi anni di vita di Scott, quelli in cui la band batte a tappeto gli States alla ricerca del successo, che ottiene alla fine - per ironia dopo la morte di quest’ultimo -, grazie al proprio leggendario stachanovismo e a un durezza di rapporti interni tranquillamente definibile come staliniana.
Tre anni vissuti alla velocità della luce, ma proprio per questo estremamente sfiancanti e tali da indurre ancora di più agli eccessi chi, come Scott, già vi era sconsideratamente dedito oltre ogni umano limite. In questo appassionante volume arricchito da fotografie inedite e rare (peccato però per la qualità di stampa), scontrandosi col muro di gomma opposto dalla band e con la distruzione delle risultanze dell’inchiesta giudiziaria del 1980, Fink non giunge a una verità inoppugnabile, ma gli indizi da lui raccolti lasciano poco spazio alle perplessità
Articolo del
02/02/2026 -
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