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Un festival è sempre la somma di anime differenti. Si ascolta dalle maestranze che prendono i volti di innumerevoli giovani artisti che si affiancano ai grandi nomi internazionali che hanno dato prova di resistere e costruire bellezza nel corso degli anni. Si osserva nella costruzione delle infrastrutture come palchi, luci e suono da parte del comparto organizzativo.
Si percepisce nel calore dell’accoglienza al pubblico anno dopo anno, come un simbolico abbraccio verso il paesaggio meraviglioso della Sabina. Da vent’anni il Fara Music, guidato dalla direzione artistica di Enrico Moccia, è tutto questo e molto di più. Lo abbiamo raggiunto per una chiacchierata sulla nascita, il presente e il domani della manifestazione alla conclusione del primo weekend di concerti della XX edizione.
Ciao Enrico e bentornato su Extra! Music Magazine. Guardando indietro a quella che fu la prima edizione del Fara Music Festival, cosa puoi raccontarci dei suoi albori e quali sono stati gli insegnamenti più significativi che in questi due decenni il festival ti ha lasciato in quanto direttore artistico?
La prima edizione del Fara Music Festival è nata quasi con l'incoscienza di chi ha un sogno più grande delle proprie possibilità. Eravamo un gruppo di ragazzi con pochissime risorse ma con un'enorme voglia di costruire qualcosa che nel nostro territorio ancora non esisteva. L'idea era semplice: dimostrare che anche un piccolo centro della Sabina potesse diventare un luogo dove ascoltare grande musica. In questi vent'anni ho imparato che dirigere un festival significa soprattutto creare relazioni. Con gli artisti, con il pubblico, con le istituzioni, con chi lavora dietro le quinte. Ho anche capito che ogni edizione non è un punto d'arrivo ma una nuova ripartenza. L'entusiasmo del primo anno deve rimanere lo stesso, anche quando alle spalle hai centinaia di concerti organizzati.
Il Festival ha attraversato nel suo lungo arco vitale anche la pandemia dovuta al Covid, ma ha saputo adattarsi e reinventarsi anche in quel contesto difficile per tutto il comparto della musica dal vivo. Cosa ricordi di quel periodo e quali sono state le maggiori sfide?
Il 2020 è stato probabilmente il momento più complesso nella storia del Festival. Nel giro di pochi giorni ci siamo trovati davanti alla chiusura dei teatri e all'impossibilità di accogliere il pubblico. Sarebbe stato facile rinviare tutto, ma non era nello spirito del Fara Music. In pochissimo tempo abbiamo ripensato completamente il progetto, diventando il primo festival italiano a trasformare l'intera programmazione in una rassegna trasmessa esclusivamente in streaming. Una scelta coraggiosa, nata più dalla necessità che da una strategia, ma che si è rivelata vincente e che ci ha permesso di continuare a dare lavoro ai musicisti, ai tecnici, alla produzione e di mantenere vivo il rapporto con il nostro pubblico. Realizzammo diciotto concerti dal Tube Recording Studio coinvolgendo alcuni tra i più importanti musicisti italiani. Quello che sembrava un ripiego si trasformò in un'esperienza capace di raggiungere oltre 230.000 persone sui nostri canali, dimostrando che anche nei momenti più difficili la musica riesce a trovare nuove strade. Quell'esperienza mi ha lasciato una convinzione che porto ancora oggi: un festival non è fatto soltanto di un luogo o di un palco. È un'idea, una comunità e la volontà di continuare a creare occasioni di incontro, anche quando tutto sembra impedirlo.
Il legame con la Sabina, Fara in Sabina ed ora Farfa, è sempre stato fortissimo. In che modo pensi che il festival abbia contribuito a modificare la percezione culturale e artistica del territorio?
Credo che il risultato più bello sia aver contribuito a cambiare lo sguardo con cui molte persone osservano questo territorio. La Sabina è conosciuta per il suo patrimonio storico e paesaggistico, ma oggi sempre più persone la associano anche a una proposta culturale di alto livello. Ogni estate arrivano spettatori da tutta Italia che magari scoprono Fara e Farfa per la prima volta proprio grazie al Festival. Allo stesso tempo il Festival è cresciuto ascoltando il territorio. Non abbiamo mai pensato di imporre qualcosa dall'alto, ma di costruire un dialogo tra il patrimonio culturale della Sabina e la creatività contemporanea. Credo che questa sia stata una delle chiavi della sua crescita.
Avete da sempre dato grande spazio ai nuovi talenti del jazz ed anche questa edizione dimostra sin dal weekend di apertura questa visione, in un cartellone dove come di consueto li troviamo affiancati ai grandi nomi nazionali e internazionali protagonisti dei concerti al Parco Cremonesi. Come hai cercato di bilanciare nel corso delle edizioni il rispetto per quella che possiamo considerare come la tradizione jazzistica e l'apertura verso linguaggi più contemporanei e ibridi e come vi siete mossi per definire gli artisti di questa XX edizione?
Il jazz è una musica che vive di evoluzione. Per questo credo che il modo migliore di rispettarne la tradizione sia continuare a guardare avanti, dando spazio a chi oggi sta costruendo i linguaggi di domani. Sin dalla prima edizione abbiamo cercato di mettere sullo stesso palco artisti affermati e giovani musicisti, non come mondi separati ma come parti dello stesso racconto. Credo che un festival debba essere un luogo di scoperta, dove il pubblico possa ascoltare un grande nome che conosce già e, subito dopo, lasciarsi sorprendere da un progetto completamente nuovo. Negli anni questa visione si è trasformata in una vera e propria progettualità. Molti degli artisti che presentiamo non arrivano al Fara Music con uno spettacolo già confezionato: il percorso nasce mesi prima, attraverso la produzione discografica, le residenze artistiche, il lavoro in studio e un confronto continuo con la nostra organizzazione. La XX edizione rappresenta perfettamente questa filosofia. Nel corso del Festival trovano spazio le anteprime nazionali di Extrasauce con The Untold Story Of ed Elimi con Human Mosaic, due progetti realizzati grazie al sostegno di SIAE nell'ambito del programma Per Chi Crea. Sono lavori che abbiamo iniziato a immaginare negli ultimi mesi del 2025 e che, dopo circa sette mesi di produzione tra scrittura, registrazioni, riprese video e promozione, trovano proprio al Fara Music il loro primo incontro con il pubblico. Lo stesso percorso riguarda anche Crescendo Sphere, che apre il Festival presentando in anteprima il proprio album. È il segno di un Festival che non si limita a programmare concerti, ma accompagna gli artisti nella nascita dei loro progetti. È un lavoro spesso invisibile, che inizia molti mesi prima del concerto e che considera il Festival non come il punto di partenza, ma come il momento in cui un percorso artistico incontra finalmente il pubblico. Accanto a questi progetti ci sono artisti che hanno già scritto pagine importanti della musica italiana, da Peppe Barra a Sergio Cammariere, passando per Francesco Cafiso. Apparentemente sono mondi diversi, ma sono uniti dalla stessa idea di ricerca e autenticità. Quando costruiamo il cartellone non partiamo semplicemente dai nomi. Cerchiamo piuttosto di raccontare un percorso, di accompagnare gli artisti nella crescita e di offrire al pubblico esperienze che non siano soltanto dei concerti, ma il momento culminante di un progetto artistico più ampio. È questa, credo, una delle caratteristiche che definiscono da sempre l'identità del Fara Music.
Se dovessi chiudere gli occhi e guardarti indietro, quali artisti vorresti riportare sui palchi del Fara Music e quali invece quelli che vorresti poter avere come ospiti per la prima volta?
È una domanda difficilissima, perché in vent'anni il Fara Music mi ha regalato emozioni che vanno ben oltre il concerto in sé. Se dovessi scegliere un artista da rivedere, direi senza esitazione il concerto di John Scofield. Scofield è sempre stato uno dei miei riferimenti musicali e poterlo ospitare al Festival è stato uno di quei momenti che da appassionato prima ancora che da direttore artistico non dimenticherò mai. Ma sarebbe ingiusto fermarsi a un solo nome. Penso all'emozione di consegnare la cittadinanza onoraria di Fara in Sabina a Enrico Rava, al concerto di Paolo Fresu tra le macerie di Amatrice dopo il terremoto, alla straordinaria intensità di Sarah Jane Morris al Teatro Vespasiano di Rieti, oppure a Tuck & Patti, che si innamorarono così tanto della Sabina da pensare addirittura di acquistare una casa qui. E poi ci sono le produzioni originali, che rappresentano forse l'aspetto più identitario del Festival: gli spettacoli realizzati con Tosca, Antonella Ruggiero, Marina Rei, Chiara Civello, nati proprio per il Fara Music. Credo che il valore di un festival si misuri anche dalla capacità di creare relazioni che resistono nel tempo. In questi vent'anni artisti come Enrico Pieranunzi, Danilo Rea, Roberto Gatto, Gabriele Mirabassi, Fabio Zeppetella, Karima, Rosario Giuliani o Jonathan Kreisberg hanno scelto di tornare più volte a Fara Music, ogni volta con progetti diversi. È forse questo il riconoscimento più bello: sapere che gli artisti considerano il Festival un luogo in cui vale la pena tornare, non solo per suonare, ma per continuare a costruire insieme nuovi percorsi artistici. Quanto agli artisti che non siamo ancora riusciti a ospitare, preferisco non fare nomi. In questi vent'anni ho imparato che nel nostro lavoro i sogni possono trasformarsi in realtà quando meno te lo aspetti. È anche questo il bello di dirigere un festival.
Il modo di fruire la musica è radicalmente cambiato (dai social sino allo streaming). Quale credi possa essere il ruolo di festival come il Fara Music in in un mondo di attenzione frammentata e dalla brevissima durata?
Oggi possiamo ascoltare qualunque brano in qualsiasi momento. Proprio per questo la musica dal vivo ha acquistato un valore ancora maggiore. Un festival non compete con lo streaming. Offre qualcosa che nessuna piattaforma può sostituire: l'esperienza condivisa. Essere nello stesso luogo, respirare il silenzio prima di un assolo, emozionarsi insieme ad altre persone. Proprio perché oggi tutto è disponibile in ogni momento, credo che il vero valore di un festival sia quello di creare un'esperienza irripetibile. Un concerto non è soltanto musica: è un luogo, un incontro, un paesaggio, un silenzio condiviso, un'emozione che esiste soltanto in quell'istante. Credo che questa sia la sfida dei festival del futuro: non offrire semplicemente spettacoli, ma costruire esperienze che rimangano nella memoria delle persone.
In ultimo, come immagini l’evoluzione del festival nei prossimi anni?
Mi piacerebbe che il Festival continuasse a crescere senza perdere la propria identità. Non inseguo l'idea di diventare necessariamente più grande; mi interessa diventare ogni anno più significativo. Vorrei che il Fara Music fosse riconosciuto sempre di più come un luogo in cui la musica non viene soltanto programmata, ma nasce, cresce e prende forma attraverso produzioni originali, residenze artistiche e nuovi progetti discografici. Allo stesso tempo desidero consolidare il dialogo internazionale, investire ancora di più nei giovani musicisti e fare del Fara Music un luogo dove non si viene soltanto ad assistere a un concerto, ma dove nascono collaborazioni, idee e nuove opportunità artistiche. Se tra altri vent'anni qualcuno potrà dire che il Fara Music ha aiutato anche solo una generazione di musicisti a trovare il proprio spazio, allora significherà che il nostro lavoro avrà avuto un senso. E permettimi un ultimo pensiero. Se oggi possiamo festeggiare vent'anni di Fara Music è anche grazie a tutte le istituzioni, gli enti sostenitori, i partner, gli sponsor, i volontari e i tantissimi professionisti che hanno condiviso questo percorso con noi. Un festival non si costruisce mai da soli: è il risultato di una comunità che, anno dopo anno, continua a credere nel valore della cultura e della musica dal vivo.
Articolo del
06/07/2026 -
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