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Distopico, quel modo acido di sentire i bordi di trip-hop vecchia maniera, quando lo shoegaze diviene lisergico e conduce il mio ascolto dentro scenari davvero potenti di visioni… in fondo i PINHDAR ha sempre saputo tener alta la bandiera di questo genere, almeno da noi in Italia che non siamo tanto avvezzi alla faccenda. Ritroviamo Cecilia Miradoli e Max Tarenzi e li ritroviamo dentro un disco nuovo dal titolo “Comfort in the Silence” uscito per la combo Duskey/The Orchard: avverto tantissima contemplazione, un fortissimo potere cinematico (e qui i due bellissimi video che troviamo in rete)… e quindi tanto bisogno “artigiano” di plasmare le piccole cose nonostante la solennità di un suono che non sembra affatto figlio di questa Italia del pop main stream. Che ovunque ci giriamo, alla fin della fiera, regna una coltre di pop difficile da scardinare.
Questo titolo in qualche modo riporta subito al celebre successo dei Depeche Mode. Il silenzio è tutto nel suono... e non solo. Vero? Ciao, grazie delle domande. Amiamo i Depeche Mode, ma almeno a livello consapevole, non c'è stata un'influenza diretta sul titolo. Tutto l'album è un tentativo di rispondere a un sovraccarico di "rumore" aggressivo e sopra le righe. Pensiamo che tutti alzino i toni e urlino per farsi sentire, in ogni strato della società, dalla politica alla comunicazione, ai social. Questo porta aggressività, rabbia, frustrazione e violenza. Per questo cerchiamo conforto in un silenzio che non sia passivo ma intimo, per ritrovare bellezza e umanità. Il silenzio fa parte del suono e la nostra musica è una continua ricerca di sfumature e dinamiche, di vuoti e pieni, di chiari e scuri, quindi anche di volume e silenzi, speriamo il più possibile espressivi.
Come ci si contamina di quella scena dark e trip di Bristol facendo docce quotidiane di un modo di vivere, quello italiano, ampiamente devoto al pop d'autore? Insomma come a dire: come nasce la direzione artistica dei PINHDAR? In realtà con quegli ascolti ci siamo cresciuti e al limite ci è mancato quel pop all'italiana di cui parli. È sicuramente una nostra mancanza, ma abbiamo sempre seguito i nostri gusti e questi hanno influenzato lo stile in modo spontaneo. Tanto che è proprio l'Inghilterra, con cui da sempre abbiamo avuto rapporti, ad essere diventata un po' la nostra seconda casa. I produttori e i musicisti con cui abbiamo collaborato provengono proprio da quelle zone dove si è sviluppata la musica a cui ci ispiriamo. La nostra etichetta, Fruits de mer Records, è inglese ma soprattutto in Inghilterra abbiamo trovato un pubblico attento ed entusiasta. Certo, a volte questo è andato a discapito di altri aspetti in patria, ma stiamo cercando di rimediare senza però cambiare il nostro percorso o la nostra cifra stilistica.
Avete richiamato l'attenzione in UK... com'è accaduto e cosa sta portando ancora oggi? Tutto è nato dall'ascolto attento di Kris Needs, noto biografo e critico musicale inglese, che ha apprezzato il nostro primissimo ep nel 2019, e ci ha invitati a suonare alla presentazione di un suo libro a Londra. Successivamente sono seguite recensioni e passaggi radiofonici, ma è stato con il primo album "Parallel" nel 2021 che abbiamo iniziato a disegnare una strada. L'incontro, sebbene da remoto (è stato prodotto in piena pandemia), con Howie B ha definito ulteriormente quello che era il colore e il mood del progetto, poi affinatosi sempre più verso il trip hop di Bristol con il successivo "A Sparkle on The Dark Water " nel 2024. Per ultimare questo album ci siamo proprio trasferiti nello studio del produttore Bruno Ellingham (Massive Attack, New Order, Everything But The Girl, ecc.) a Bath, e credo che la vibe di quei giorni si senta. Siamo arrivati al terzo recentissimo album, "Comfort in the Silence", con uno stile che crediamo ormai piuttosto peculiare e riconoscibile, che fonde proprio tutti quegli ascolti di cui si accennava. Rimane la profondità delle ritmiche trip-hop fuse in modo più consapevole con le chitarre darkwave e dream pop. Ci sono strati di elettronica funzionali al groove e anche la voce si muove in modo più "autorevole".
Come dentro "Mute": ho come la sensazione che questo disco sia pieno di "rassegnazione" al caos... l'unica salvezza possibile... sbaglio? In realtà è il contrario: è una denuncia di una situazione, il caos di cui parli, e una proposta di resilienza attiva e non rassegnata, attraverso la ricerca di un mondo interiore che si traduca in musica.
Esistono anche tracce di futuro oltre che di didattica generazionale? Il nostro lavoro è cercare di prendere un linguaggio storico e usarlo per parlare emotivamente del presente, fuori dai trend ma anche da nostalgie. Proviamo a fondere i nostri riferimenti con una sensibilità contemporanea e una scrittura il più possibile nostra, non etichettabile, sia musicalmente che dal punto di vista dei testi. La musica, secondo noi, deve avere una qualità fuori dal tempo.
L'A.I. ci ha messo o ci metterà lo zampino nel suono dei PINHDAR? L'AI non entrerà mai nel nostro processo di produzione, per gli stessi motivi che ti abbiamo detto sopra. Il nostro suono è umano anche nei suoi aspetti elettronici. È il tipo di percorso che abbiamo intrapreso e che intendiamo sviluppare anche in futuro.
Articolo del
18/05/2026 -
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