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Ci sono dischi d’esordio che arrivano come una dichiarazione, e altri che si costruiscono come un processo. ”Joy”, debutto di MT Jones, appartiene chiaramente alla seconda categoria ed è il risultato di una elaborazione sofferta, fatta di tentativi, arretramenti e – soprattutto – di una lunga ricerca identitaria.
La biografia pesa, in questo caso, perché aiuta a costruire un percorso che ci introduce direttamente negli undici brani del disco, perché “Joy” debutto sulla lunga distanza del cantautore di Liverpool anticipato dall’Ep omonimo, nasce da un momento di crisi che ha interrotto un percorso già avviato come musicista e songwriter “per altri”. Prima sideman, poi autore, poi il tentativo – non del tutto riuscito – di inserirsi nella scena londinese. Infine, il ritorno a casa, il blocco creativo, il lockdown. Tutti questi elementi hanno influito sulla scrittura ed il rischio, in questi casi, è quello di appoggiarsi troppo al racconto; Jones, invece, riesce in buona parte a trasferire questa tensione dentro le canzoni.
Sul piano musicale, “Joy” si colloca in quella zona di confine tra soul classico fatto di suggestioni Motown e il contemporaneo mondo dell’R&B e del jazz. C’è calore, ci sono arrangiamenti curati, ma soprattutto c’è la voce: lo strumento con cui Jones riesce davvero a dire chi è. Brani come I Don’t Understand o ’Why I Cry’ hanno una dimensione introspettiva credibile, evitando eccessi melodrammatici, mentre episodi come ’Easy’ o ’So Lost’ mostrano una scrittura più trattenuta, che privilegia il dettaglio rispetto all’impatto immediato. È una scelta coerente, ma che a tratti rischia di rendere meno incisivo lo sviluppo creativo del lavoro di MT Jones di quanto potrebbe essere.
Il vero nodo, infatti, sta qui: “Joy” è un lavoro ben costruito, spesso elegante, ma raramente sorprendente, le situazioni cambiano, la sensazione rimane costante, e l'album, il più delle volte, riesce a cavarsela perché le melodie sono abbastanza forti da reggere il peso. Le influenze – da certo soul anni ’60 e ’70 richiamano artisti del calibro di Marvin Gaye, Smokey Robinson e Sam Cooke fino a suggestioni più moderne. Le ombre di modelli importanti si avvertono in brani come la struggente ’You Don’t Love Me Now’ e la malinconica ’Nothing I Can’t Do’, anche quando Jones prova a smarcarsene e a tratti si ha la sensazione, come nell’accattivante ’Changes Like The Weather’, che stia ancora negoziando il proprio spazio tra ciò che ama e ciò che potrebbe diventare.
Quando la scrittura si fa più diretta e meno mediata da riferimenti stilistici, emerge una voce autoriale che lascia intravedere sviluppi interessanti. ’And Her Name Is Joy’, non a caso, è il brano che più sembra indicare una direzione possibile: meno filtrato, più diretto, sembra andare nella giusta direzione, così come alcuni passaggi più spogli in cui l’arrangiamento si ritrae e lascia spazio all’interpretazione.
In questo lavoro c’è gusto, sensibilità e una solida cultura musicale e va detto che siamo davanti a un esordio che non cerca scorciatoie perchè “Joy” non è ancora il disco che definisce completamente MT Jones, ma si cominciano ad intravedere le migliori intenzioni, soprattutto se saprà osare di più sul piano della scrittura e dell’identità che potrebbe portarlo ben oltre la promettente etichetta di “artist to watch”.
Articolo del
10/04/2026 -
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