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(SEGUE DALLA 2a PARTE) 19.30. Finalmente RAITRE si sofferma un po’ sul concerto del Circo Massimo, dove i validissimi Tiromancino sono seguiti dal nazional-popolare Max Pezzali (che manco fosse al Festivalbar canta “La Dura Legge Del Gol”) e da un noiosetto Alex Britti. A questo punto siamo esausti da quest’orgia di musica (e musicaccia) ma continuiamo a fare un imperterrito zapping alla ricerca di qualcosa di buono. Lo troviamo su SKY TG 24 ci propone da Philadelphia Will Smith che esegue il suo ultimo singolo “Switch” (un po’ di promozione non fa mai male) confermandosi entertainer di enorme spessore. Su PHOENIX, un canale tedesco, stanno dando un po’ di repliche, e riusciamo così a vedere i Coldplay che avevano precedentemente suonato a Londra (e che avevamo perso) che eseguono “Bittersweet Harmony” con Richard Ashcroft in guisa di ospite e “Fix You” dall’ultimo album: un bel sentire, qualunque sia la vostra opinione sulla band di Chris Martin. In diretta da Londra, SKY TG 24 sta facendo vedere i Razorlight, il cui brit-rock sa di riciclato, ma il loro cantante Johnny Borrell potrebbe diventare – o è già - un gran personaggio.
20.11. Tutte le tv sono nuovamente su Hyde Park, perché è il momento di Madonna. Introdotta da Bob Geldof come l’”ape regina del rock and roll”, arriva in abito bianco e arringa il pubblico chiedendogli “Are You Ready To Start a Revolution?”. Sul palco con lei c’è la ragazza etiope che, vent'anni fa, fu salvata proprio dal Live Aid, quando attacca “Like A Prayer”, coreografata ed eseguita alla perfezione. Seguono “Ray Of Light” e “Music”, non proprio il nostro genere, ma gli spettatori di Hyde Park del nostro giudizio se ne fregano, e si divertono come matti. A Roma intanto, c’è Nek, che al confronto, poverino, impallidisce, e facendo zapping tra i canali realizziamo che nessuna tv tedesca sta più mandando in onda il concerto di Berlino: una vera disdetta, che ci farà perdere il da noi atteso set dei Roxy Music, previsti in serata al Sagessaule.
22.00. Dopo aver mollato per una quarantina di minuti, ripartiamo con lo zapping, che ci porta a vedere su PHOENIX TV uno spezzone del concerto di Celine Dion (dal Canada, finalmente…) ed una replica da Mosca dei Pet Shop Boys che eseguono, sulla Piazza Rossa, la loro “Go West”. Si tratta di un vero “anthem” per i giovani dell’est europeo, che assume pertanto un significato particolare, anche se in questo caso l’Africa c’entra meno di niente. Aldilà dei Pet Shop Boys, e di Neil Tennant che appare visibilmente emozionato dalla circostanza, il Live 8 moscovita pare possedere un’atmosfera particolare e affascinante: peccato non poterne vedere di più. Puntiamo su RAITRE dove il concerto del Circo Massimo sta entrando nel clou, con Lorenzo “Jovanotti” Cherubini che infiamma il pubblico con la sua abituale verve e apparente naiveté, e peccato solo che a un certo punto ci rifili un pistolotto alla Bono. Sempre alla Bono (ma quello del Live Aid ’85) Jovanotti ad un certo punto salta giù dal palco e va a fare un bagno di folla fino ad andare a brandire e sventolare una italica (o irlandese?) bandiera tricolore. Roba trascinante, a chi piace il genere. Tornato “on stage”, Jovanotti si lancia in una furibonda ’”Ombelico Del Mondo”, e a ‘sto punto ci abbiamo preso gusto e vorremmo sentircela tutta, senonchè Floris/Cercato LO TAGLIANO A META’ per dare la linea a Hyde Park, dove sta salendo sul palco Sting. Adesso, Ok, Sting è importante eccetera eccetera, ma santo di un cielo possibile che non vi venga in mente che esiste anche la DIFFERITA!? Sting ce lo vediamo su SKY TG 24 che ha anche un audio migliore, e, inaspettatamente, è in gran forma e la sua voce è quella dei bei tempi. “Message In A Bottle” è perfetta, e vale né più né meno della versione che sta sul secondo disco dei Police. Dei Police, Sting esegue anche “Every Breath You Take” in forma accelerata e con un testo lievemente modificato, con un’enfasi sul verso “we’ll be watching you” riferito ai politici del G8 che scorrono sullo schermo mentre canta.
22.40. E’ stato efficace Sting a Londra, tanto quanto, in maniera diversa, lo è Laura Pausini dal Circo Massimo, trasmessa da RAITRE. Professionale e aggressiva, la Pausini è apprezzabile anche per quello che (non) dice. Basta – ed è ovvio - la sua presenza su quel palco, e lei ne è cosciente. Dopo un break autoconcesso, ci ricolleghiamo su RAITRE e al Circo Massimo, dove, essendo arrivati i “big” e placatisi gli impeti censori di Floris/Cercato – viene trasmessa parecchia roba autoctona, che in massima parte ci perdiamo, come Claudio Baglioni e Renato Zero. Vediamo unicamente Zero / Baglioni /Pausini che in trio intonano “I Migliori Anni Della Nostra Vita”, cose da prima serata su RaiUno e che però al pubblico circense non dispiace per niente. Da questo punto in poi, tuttavia, il Circo Massimo scompare dalla programmazione – anche giustamente – per dare spazio a Londra e Philadelphia dove entrano in scena i “mostri sacri”. Quindi niente Venditti / Baglioni / Verdone che eseguiranno “Roma Capoccia”: restiamo a Hyde Park dove arrivano The Who, ovvero solamente Pete Townshend e Roger Daltrey più qualche sessionsmen, chè come noto Keith Moon e John Entwistle sono morti. Sono scazzatissimi (e più tardi si saprà perché: il concerto di Londra è in grave ritardo sui tempi e loro possono fare solo 2 dei 4 pezzi previsti) e suonano malissimo. Orrenda l’iniziale “Who Are You” e ancor peggio “Won’t Get Fooled Again”, nella versione più misera che ci sia mai capitato di ascoltare. Vecchi, decrepiti, patetici, gli Who: una vera delusione, e ve lo dice chi li ha amati tantissimo. Assai meglio – almeno all’inizio - da Philadelphia, Stevie Wonder, che esegue una formidabile (in particolare sul piano vocale) versione di “Master Blaster”, per poi passare ad una deliziosa “Higher Ground” assistito da Rob Thomas. Da questo punto in poi, pero, Wonder inizia ad attingere dal lato meno funky e più melenso/sdolcinato del suo repertorio; temiamo quindi che possa fare “I Just Called To Say I Love You” quando, fortunatamente, viene “segato” perché a Londra (dove nel frattempo ha suonato Robbie Williams, che siamo stati lieti di evitare) sta per andare in scena il pezzo forte della giornata: l’attesissima reunion dei Pink Floyd. Vederli insieme dopo circa cinque lustri – Roger Waters, Dave Gilmour, Rick Wright e Nick Mason – è già di per sé uno shock. Waters pare non stare nella pelle dalla contentezza, Gilmour appare seriosissimo (e invecchiatissimo), gli altri due si limitano a suonare senza tradire alcuna emozione. E parte “Breathe” da “Dark Side Of The Moon”, che dire, sono i Pink Floyd! Ed è una di quelle rare volte nel corso di questo 2 luglio che riusciamo – come, crediamo, tutte le tv del globo - a concentrarci su un singolo punto, infischiandocene dei Roxy Music a Berlino e delle star italiche al Circo Massimo che non abbiamo visto e che non vedremo. Il pezzo seguente è “Money”, più lenta rispetto all’originale, e assai meno incisiva, il che è anche naturale considerato che a suonarla ci sono quattro tizi oltre la sessantina. Meglio – molto meglio – “Wish You Were Here”, che vede tornare dopo tanti anni l’impasto delle voci di Waters e Gilmour, miracolo che si ripete per la conclusiva “Comfortably Numb”. E’ qui che appare alle spalle dei Pink il muro di “The Wall” con la scritta “Poverty”, sottotitolo fin troppo comprensibile: la povertà in Africa è il nuovo muro da abbattere. Poi è finita, si abbracciano i due nemici di un tempo – e magari lo sono tuttora – Waters e Gilmour tornati insieme dopo anni di attesa da parte dei fans in nome di una buona causa, ciò che ai Beatles non è mai riuscito.
24.00 circa. A proposito di Beatles, dov’è finito Ringo Starr? Dato per disperso, pare. Paul McCartney si presenta sul palco poco dopo la fine dei Pink Floyd per chiudere il Live 8 – quello di Hyde Park e non solo. Vuole roccare e rollare, Paul, e lo fa con cinque vecchie canzoni dei Beatles, "Get Back", “Drive My Car” – con lo special guest George Michael che canta i versi che furono di John Lennon – “Taxman” e "Helter Skelter". Chiude, Paul, al pianoforte con “The Long And Winding Road” mentre sul megaschermo è diffusa un’immagine computerizzata della strada lunga e tortuosa che porta ad Edimburgo al meeting dei G8 per chiedere maggiori aiuti all’Africa. Gran finale, come nelle attese, con il coro di “Hey Jude” e tutte le star londinesi sul palco insieme a Paul, Geldof compreso, che stavolta – ci pare di vedere – NON viene portato in trionfo.
Sarà circa la mezzanotte e mezza, il Live 8 chiude e finalmente spegniamo anche noi la nostra affaticata tv; è stata, come 20 anni fa, una immensa abbuffata di musica bella (un po’) e brutta (tanta). Abbiamo visto molto, ma a differenza del Live Aid – dove perdemmo solo David Bowie a Wembley che la RAI trasmise solo molto più tardi in differita – abbiamo anche perso moltissimo: Joss Stone, i Killers, Snoop Dogg, gli UB40, i Scissor Sisters, i Velvet Revolver (da Londra), i Kaiser Chiefs, i Linkin Park e Jay-Z, i Maroon 5 (da Philadelphia), i Velvet, Claudio Baglioni e Antonello Venditti (da Roma), i Cure e i Placebo (da Parigi), gli A-ha, gli Audioslave e i Roxy Music (da Berlino). Non li abbiamo visti e forse non li vedremo mai, a meno di non comprare il (i) DVD che dovrebbe uscire in concomitanza con Natale. E a differenza dell’85 – dove a Philadelphia si esibirono, ad esempio, “mostri sacri” come i Rolling Stones e Bob Dylan - stavolta il concerto di Londra è stato nettamente predominante; negli USA, a parte Stevie Wonder, si è preferito dare spazio alle nuove leve, mentre nei vari concerti “locali” gli artisti autoctoni hanno fatto la parte del leone. Fatto sta che anche stavolta Bob Geldof ce l’ha fatta, e ci ha regalato il più grande juke-box mondiale dai tempi del…Live Aid. Prossimo appuntamento nel 2025?
Articolo del
06/07/2005 -
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