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Sono in molti a sostenere che il grado di civiltà di una società lo si può giudicare da come in quella società vengono trattati i vecchi e i bambini. Oggi le statistiche ci dicono che di bambini, nel mondo occidentale in generale ed in Italia in particolare, ne nascono sempre meno, mentre l’allungamento della vita fa si che di vecchi ce ne siano sempre più. Allora, in questo quadro abbastanza condiviso nel quale noi tutti ci muoviamo, è necessario prima o poi fare i conti con la terza età. Sia perché, aiutati dai progressi della scienza e da quello che, qui in occidente, per comodità, chiamiamo benessere, salvo spiacevoli imprevisti lungo il percorso delle nostre vite, prima o poi tutti ci affacceremo in quell’universo della vecchiaia ; sia perché molti di noi hanno già avuto direttamente a che fare con genitori o nonni che nell’esplorazione di quel mondo ci hanno anticipati.
Ecco allora che “La casa dei ricordi”, il bel romanzo della scrittrice Amilca Ismael, nata in Mozambico nel 1963 ma residente in Italia dal 1986, è una buona occasione per conoscere meglio quel mondo della terza età almeno sotto un aspetto: quello umano. Prendendo spunto dalla sua personale esperienza di operatrice in una casa di cura per anziani, Ismael ci racconta il quotidiano andamento di vite che, quasi sempre per un problema anagrafico ma non solo, si trovano al loro estremo confine, quello con la morte. Ci racconta però di come in quelle vite allo stremo, che noi troppo spesso consideriamo ormai inutili, si provino ancora sentimenti vivissimi: c’è la gioia, c’è la sofferenza, c’è il pianto e il sorriso, c’è la tenerezza e la crudeltà, esattamente come in ogni altra fase della vita umana. Certo, spesso c’è una sopraggiunta stanchezza del vivere, che potrebbe deprimere fin quasi a lasciarsi andare. Ed è qui che entra in gioco il suo ruolo di operatrice, prima ancora che di “infermiera” dell’anziano: cioè quello di ascoltare storie, ridare motivazione e coraggio a chi lo ha perduto, dare compagnia a quelle solitudini estreme. Cosi, focalizzata la sua assistenza verso la più giovane delle ricoverate, la signora Rita, di soli 50 anni, la quale si trova nella casa di cura a causa di un ictus che l’ha immobilizzata su una sedia a rotelle, la giovane operatrice, chiamata Cioccolatino dai suoi pazienti per via del colore della pelle, riesce a dare nuova linfa vitale a quella donna depressa ed inizialmente diffidente, e a conoscere attraverso la sempre crescente confidenza i suoi segreti di gioventù, che si sveleranno essere ferite ancora aperte. Fino a che all’interno della stessa casa di cura non viene ricoverato Fredy, l’amante di Rita che anni prima l’aveva abbandonata senza motivo e senza lasciar traccia di sé. E’ quella l’occasione per capire cosa fosse successo anni prima, e soprattutto è l’occasione per far tornare Rita a sognare il futuro che non si era realizzato nel passato….
Ci sono due aspetti particolarmente interessanti nel romanzo di Ismael: il primo è quello per cui, sebbene si parli di un mondo, quello della terza età, al quale và ovviamente tutta la nostra solidarietà e comprensione, và fatto un necessario distinguo, che una scrittrice proveniente dall’Africa non poteva non fare: e cioè che nelle nostre società occidentali i vecchi vengono ricoverati in case di cura dove hanno assistenza, per quanto spesso carente o insufficiente. Nel Mozambico e in tutti i paesi non occidentali i vecchi muoiono per strada, totalmente abbandonati a se stessi, e che difatti non arrivano mai ad essere cosi vecchi come da noi, causa la loro vita decisamente più difficile e piena di stenti. L’altro aspetto è che il romanzo è scritto con un linguaggio semplice, tenero, dolce, proprio come sono i vecchi, e il racconto sfiora le vite dei ricoverati con estremo rispetto per quella condizione di vita divenuta sempre più complicata nelle nostre società che corrono. Perché è chiaro che loro sono li, immobili, spesso non autosufficienti nelle loro funzioni di mobilità e incapaci di adeguarsi ad un mondo che intorno a loro cambia troppo rapidamente. A loro non rimangono che i ricordi, con i quali si fanno compagnia, e a noi non rimane che starli ad ascoltare, non tanto e non solo per dare loro il conforto che meritano, ma perché quei loro ricordi sono un patrimonio anche per noi, e sono la testimonianza storica di un mondo che rimarrà vivo solo fino a quando ci sarà chi ce lo può raccontare.
Articolo del
26/04/2010 -
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