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Scrivere racconti è operazione letteraria per niente facile. Occorre avere una tecnica tale da saper condurre il lettore ad entrare nel racconto e rimanerne coinvolto nel solo spazio di poche pagine. E in quelle poche pagine occorre aver descritto tutti gli elementi narrativi che fanno di un racconto un buon racconto. L’operazione è perfettamente riuscita ad Annalisa Fantini, con la raccolta “L’innocenza indecente”. 16 racconti che, seppur differenti per l’ambientazione spazio-temporale, hanno denominatori comuni decisamente marcati.
Intanto le sedici storie, spesso lasciate quasi in sospeso, ad immaginare un evolversi del racconto che viene rimandato al lettore, sono tutte storie al femminile. Le protagoniste sono donne antiprotagoniste, donne marginali: donne emigrate che hanno subito violenza, quella fisica da parte dei loro sfruttatori, e quella morale dell’abbandono del loro paese. Nel raccontare le loro storie l’autrice riesce a trasmettere un senso di solidarietà che esse cercano in quei loro mondi di sofferenza, riesce a farle parlare con voce forte di denuncia, riesce a dare un volto ad una umanità troppo spesso senza volto, riesce a dare dignità a chi non ha mai modo di esprimerla, riesce a dare voce a quegli “scarti” del nostro mondo umano che facciamo finta di non vedere. Riesce a trovare un filo conduttore a luoghi della sofferenza cosi distanti tra loro: cosi l’Irak, il Kossovo, Sarajevo, le bombe delle guerre recenti e passate non sembrano lontane dalla Puglia, dall’Umbria, dall’Emilia; perché quella sofferenza è uno stato d’animo che viaggia attraverso i corpi dei protagonisti, e non ha importanza dove quei corpi vanno a stabilirsi: quella sofferenza è penetrata nelle viscere e ovunque si andrà la si porterà dentro.
I 16 racconti, narrati con scrittura lucida, secca, essenziale, sono tutti degni di nota: per brevità citiamo quelli che racchiudono un po’ tutte le tematiche affrontate dall’autrice.
Come il bellissimo “Dall’altra parte del ponte” , dove la giovane profuga Hana, fuggita da Sarajevo finisce in Italia a fare la badante a Frau Ilse, una vecchia signora tedesca cresciuta nella germania nazista e convinta sostenitrice della supremazia della razza ariana. C’è un ponte ideale che le divide, un ponte che tiene distinte le razze, le ideologie, i pregiudizi: un ponte che appena si riesce ad attraversare ci fa scoprire “gli altri” esattamente uguali a noi. O come lo struggente “La fabbrica di Caterina” , dove la protagonista, pur molto brava a scuola e con il desiderio di diventare maestra per togliere dalla strada i molti ragazzi del paese, è costretta ad abbandonare gli studi e a soli 15 anni inizia a lavorare in un calzaturificio, ove subisce con le altre operaie lo sfruttamento e le umiliazioni dal padrone della fabbrica. O come il racconto che dà il titolo alla raccolta, ove una giovane ragazza albanese, sfuggita miracolosamente alla tratta che l’avrebbe portata a prostituirsi, trova solidarietà, comprensione e complicità in una altra profuga, nonostante la diffidenza del marito, che sa bene quanto sia difficile fuggire dagli sfruttatori che sicuramente “sono già sulle sue tracce”. Insomma vale davvero la pena conoscere queste storie, farsi un giro nella sofferenza di chi spesso è accanto a noi e porta dentro di se un vissuto che a noi fa comodo ignorare: e in questa “passeggiata” all’inferno terrestre la raccolta di Annalisa Fantini, che in quei luoghi c’è stata e quelle storie le ha documentate per la sua professione di giornalista, è una ottima guida.
Articolo del
15/04/2010 -
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