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Enrico Nanni si firma Rosendorf e firma questo lavoro che alle sue prime battute doveva esser prodotto artisticamente da Paolo Benvegnù. Poi la storia la conosciamo. Punto a capo: è Beatrice Antolini a prenderne le redini di questo che si titola “Non ci vuole poi molto a scrivere una canzone”: un lavoro morbido e gentile, elegante, in bilico tra un Bersani e quella sospensione apocalittica della scena indie. Ed non me lo sarei mai atteso sapendo la ricerca sovversiva che la Antolini mette nelle sue produzioni… canzoni d’autore che danzano dentro forme geometriche sicure e suoni puliti. Il resto è una storia di parole che provocano, che svegliano il giudizio, che smuovono tanto del modo che si ha di stare in questo mondo. Ultima cosa: questo disco lo trovate SOLO su BANDCAMP.
È un disco molto visionario, soprattutto per come disegni le melodie... un video ufficiale? Me lo sarei atteso... o forse non l'ho trovato io? Disco visionario mi piace molto! Per quanto possa suscitare immagini che potrebbero essere affidate anche ad un video, o più d’uno, devi considerare che è un disco autoprodotto. Mi sono concentrato sulla musica e su quella ho investito, perché era ciò che mi interessava. Sono riuscito a fare un po’ di più, curando come volevo l’immagine e l’aspetto grafico del cd, non scontato,oggi, data la possibilità di pubblicare digitalmente sulle piattaforme di streaming. Sarebbe bello, sì, realizzare qualcosa in più, ma, al momento, purtroppo, non posso permettermelo.
L'incipit... sembra il quadro di un omicidio. Oppure l'istantanea di un risveglio… L’istantanea di un risveglio credo sia la chiave di lettura più vicina al senso de “Il canto della sirena”. Non che fossi addormentato, anzi, ma avevo sicuramente bisogno di uno “scossone” che è arrivato. Da lì tutto ciò che avevo dentro è defluito e si è trasformato nelle canzoni, ma mi piace molto che tu abbia avuto anche la visione di un “omicidio” perché hai centrato un punto cruciale: con questo disco io ho ucciso Rosendorf, la parte di me che m’ha sempre fatto da scudo, da armatura. Ho preso coscienza di me stesso come musicista, anche se non mi ritengo ancora tale. Questa visione - oddio, forse è veramente un disco visionario - è sintetizzata nell’immagine presente nella pagina centrale del booklet: Rosendorf è steso su un lungo flight case, come una salma esposta, per ricevere da me, quasi beffardamente, l’ultimo saluto. Ciò che resta è la continuità, una sorta di “il Re è morto, viva il Re”, rappresentata dai brani dell’album.
Scimmie pensanti in qualche modo... pensanti è un "parolone" come si dice. C'è tanta provocazione in questo, sin dalle immagini di copertina. Perché questo richiamo al primate? C'è ovviamente una lettura sociale alla quale mi sto riferendo… Per quanto mi riguarda, ho sempre pensato che Rosendorf dovesse essere uno scimpanzé. Associo la sua primordialità a ciò che è primario, necessario, essenziale per la mia sopravvivenza: la musica. In rapporto ad essa, però, mi sento io stesso una scimmia, vicino ad un essere umano, ma non abbastanza evoluto da considerarmi un musicista, figuriamoci un artista. Così indosso questa maschera come un’armatura, contando sulla sfacciataggine della scimmia, che è naturalmente senza filtri. So che non c’è grossa originalità, in musica troviamo maschere ovunque, ora e nel passato, e anche se ho sviluppato l’idea parecchio tempo prima che uscisse, ho letto e visto che nel suo film, Robbie Williams si è rappresentato come una scimmia, dando più o meno lo stesso senso che ci dò io: sentirsi degli impostori. In una visione più larga, sappiamo che scimmie e uomini sono primati con un antenato comune, ma con uno sviluppo evolutivo differente. Avere il pollice opponibile in comune non significa potersi considerare allo stesso livello (spero che qualche animalista non se la prenda), sebbene siamo circondati da chi crede il contrario, quindi uso l’audacia e l’arroganza del primate (non sapiens) per pubblicare un album. Tanto? Una scimmia (o un impostore) in più, che cosa cambia? Se questa cosa rimanesse circoscritta alla musica sarebbe anche di poco conto, ma il problema è che lo sviluppo umano non solo s’è fermato, ma sta regredendo progressivamente in ogni aspetto della nostra vita. Tutto porta ad un decadimento, sociale e di umanità, che è, a parer mio, il male odierno. Ci ritroviamo, quindi, delle scimmie che si credono estremamente evolute a gestire il potere, puntando sulla nostra maggior involuzione per tenerci in scacco. Sono masturbazioni mentali che possono risultare provocatorie, sì.
Ho trovato il suono e la scrittura come in cerca di "normalità" e abitudine dentro un tempo distopico. E così mi appare il disco. Sono fuori strada? Se teniamo conto che, arrivando da dieci anni di chitarre distorte, batterie pesanti e testi in inglese con Radio-Line(e), avevo voglia di archi, pianoforti, chitarre acustiche e un cantato in italiano, tornando a toccare quelle sonorità, che mi appartengono e che non ho mai abbandonato, che con gli Aut avevo lasciato vent’anni fa, probabilmente sei sulla strada giusta. In realtà io volevo solo scrivere delle belle canzoni per conto mio di cui sentirmi soddisfatto. Potrebbe essere considerata una zona di conforto, ma lo è solo per il calore che arriva dal risultato finale. Il lavoro per arrivarci è stato duro.
E che sia "Ora è più semplice" il vero DNA di questo disco? Sembra proprio il manifesto di tutta la lirica del disco... ma questo ovviamente nella mia personale lettura... quando le cose diventano "più semplici”? Per come è concepito, il DNA di questo disco è in ogni sua canzone. Ogni brano è legato al precedente e al successivo, ed è figlio, madre, fratello, sorella degli altri. Se per DNA intendi un “codice” che ha generato il tutto, una radice, personalmente la individuo in “Non ci vuole poi molto a scrivere una canzone”, più nel concetto ed il suo contrario che nella canzone stessa, ma il frutto della pianta, la summa, è sicuramente “Ora è più semplice”, scritto poco prima di entrare in studio, quando i giochi erano già fatti. Un brano che non doveva essere in questo disco, che inizialmente era un EP, ma che, alla fine, insieme a “Ti riconosco”, l’ha completato. In questo caso, allora sì, può essere una sorta di manifesto. Per quanto mi riguarda, le cose diventano semplici quando facciamo un lavoro di analisi e riusciamo a dare risposte agli interrogativi che ci poniamo. Il lavoro duro di cui parlavo prima. Ovviamente non è detto che ci si riesca, ma possiamo avere sicurezza da quello che riusciamo a fare. Quella sicurezza che ci permette di spostare lo sguardo e scoprire le cose da una prospettiva diversa, accorgendoci, appunto, che possono essere semplici. “Ora è più semplice” è “arrivato” come una sorta di parallelismo tra la gestazione di questo disco e come mi approccio, da sempre, alla vita, sempre circondato da molti dubbi, da mille domande e poche sicurezze. Il lavoro di preproduzione, e qui c’è la grande maestria di Beatrice Antolini, è stato analizzare a fondo quel che avevo scritto per conto mio, e sto parlando di nota-per-nota-di-ogni-singolo-brano, tenere quel che di buono avevo fatto, andando a correggere, cambiare, rivoltare, riarrangiare dove serviva, cambiare suoni o migliorarli, per poi arrivare in studio di registrazione con la serenità di aver lavorato bene in precedenza, consci del “Ora è più semplice”, lasciando le porte aperte a eventuali ritocchi del momento. La cosa divertente è che, in realtà, tutto questo pippone non vale per questa canzone, perché è l’unico brano su cui abbiamo rimesso le mani direttamente in studio, lo stesso giorno in cui l’abbiamo registrato.
Articolo del
04/05/2026 -
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