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Testi in dialetto ma emozioni universali. A tre anni da “Ancora Ridi”, i romani Il Muro del Canto tornano con un nuovo lavoro che, come sempre, mescola tradizione e modernità in un calderone folk, blues, rock e cantautorale, tra amore, fede, passione sociale, impegno politico e ricordi d’infanzia. S’intitola “Fiore de Niente”: il fiore che sboccia, il niente che è…niente. Ma il disincanto non è pessimismo per questa band capace come poche di toccare le corde più intime dell’animo umano con un linguaggio semplice, nudo, e proprio per questo ancora più vero. Ne parliamo con il cantante e autore dei testi Daniele Coccia, valore aggiunto di un ensemble che si candida con forza alla palma di band italiana dell’anno.
E’ un album quasi “strano” nella sua bellezza. La prima volta che l’ho messo su, già a metà ascolto avrei voluto tornare indietro e riascoltarmi perlomeno 3 o 4 tracce, e una volta giunto alla fine l’ho subito collocato in testa alla mia personale, ancorchè parziale, classifica di miglior disco italiano dell’anno. Com’è nato e quali sono, secondo te, le principali differenze rispetto ad “Ancora Ridi”?
Onestamente non so dirti quali siano le differenze sostanziali. Nel tempo intercorso fra le due uscite è cresciuta molto la sintonia tra di noi, sia a livello personale che strettamente musicale. “Fiore de Niente” è stato realizzato in condizioni ottimali, senza nessuna fretta e con la massima attenzione. E’ un disco che ci ha emozionato e sorpreso durante tutte le fasi della sua realizzazione e non vediamo l’ora che il nostro pubblico possa ascoltarlo (l’intervista è stata fatta alcuni giorni prima della data romana d’apertura all’Atlantico Live, venerdì 4 marzo: neanche a dirlo, un bagno di passione, ndr).
E’ cambiato qualcosa nel processo compositivo e degli arrangiamenti o avete fatto tutto come sempre?
Il processo compositivo è rimasto invariato, abbiamo affrontato queste canzoni con naturalezza e attenzione, cercando di metterci tutti al servizio di un’emozione sincera da condividere con il nostro pubblico.
Perché avete scelto un titolo così disincantato e quasi pessimista, a fronte di un contenuto che invece, a mio parere, mette in corpo più adrenalina che arrendevolezza?
Il nostro disincanto non è pessimismo, vuole essere un punto di partenza e non di arrivo. Il niente di cui parliamo è forse la fine di qualcosa di cui siamo stufi e che sta manifestandosi nel fiore.
Amore, disperazione, infanzia, religione, protesta sociale, realtà suburbane: non manca nulla in questo lavoro. Siete partiti da un’idea precisa in fatto di tematiche?
Non c’è quasi mai una progettualità tematica negli argomenti che trattiamo. Mi piace scrivere lasciando che il significato prenda corpo frase dopo frase. Non sono in grado di scrivere qualcosa partendo da un’idea definita in partenza e non mi piace. Scrivere una canzone è un buon modo per conoscersi e per creare qualcosa senza un canovaccio.
Devo confessare che su “Domenica A Pranzo Da Tu Madre” mi è scesa la lacrimuccia: è un pezzo disarmante nella sua semplicità ma anche nel come riesce a toccare le corde più intime. Un po’ alla Califano direi. E inoltre fa il paio con la conclusiva “Vivere Alla Grande”, anche questa di rare potenza ed incisività.
Nasce dall’idea di raccontare un momento apparentemente intimo: il ritorno di un figlio a casa della famiglia per il pranzo domenicale. Tutto quello che succede, i dialoghi, i pensieri, le relazioni raccontate sono talmente personali che riescono a diventare in un attimo pubbliche e comuni a molti. In piccolo si mettono in scena dinamiche che diventano specchio degli usi e dei costumi della società, e in quel piccolo teatrino si compie una magia sempre diversa e sempre uguale che finisce per diventare un rito di appartenenza a qualcosa che diamo per scontato ma che è uno dei beni più preziosi che abbiamo: la famiglia.
“Figli Come Noi” è un brano anche questo molto toccante che parla degli abusi compiuti dalle forze dell’ordine. L’avete scritta pensando a qualche caso in particolare?
E’ un brano che abbiamo scritto pensando a TUTTI quelli che sono morti o che sono stati vittime di abusi e brutalità da parte delle forze dell’ordine. L’importanza e la gravità dell’argomento ci hanno spinti a non considerare questa canzone come una delle tante. Ne abbiamo fatto un progetto/video con la collaborazione di A.C.A.D. (Associazione Contro gli Abusi in Divisa) cercando di coinvolgere volti noti del mondo della musica, dello spettacolo e dell’informazione. Hanno partecipato a questo video anche diverse famiglie. Non potevamo non parlarne e ingoiare il rospo. Personalmente la storia che più mi fa rabbia e commuove è quella del maestro Francesco Mastrogiovanni ma purtroppo la lista è molto lunga e non meno dolorosa.
Diversi testi o passaggi dell’album hanno a che fare con l’irrequietezza spirituale. In “Madonna Delle Lame”, ad esempio, il protagonista potrebbe essere Gesù Cristo; mentre in “Ginocchi Rossi” parlate di un’infanzia passata negli istituti religiosi. E’ questo l’album dove avete affrontato più a fondo il tema della fede?
“Madonna delle Lame” è una preghiera di vendetta. Il protagonista esasperato dalle ingiustizie subite si rivolge ai santi, si parla sicuramente di un povero cristo. Ma Cristo ha insegnato il perdono e non è questo il caso. “Ginocchi Rossi” è una canzone liberatoria che racconta le noiosissime domeniche a catechismo e le scuole passate negli istituiti religiosi. Ma è più forte la bicicletta. Su questa, prima il bambino e poi l’uomo ritrovano il senso della propria vita, la libertà. Forse l’unica grande fede.
Da tempo siete una delle avanguardie del folk in romanesco. L’uso del dialetto per voi è una necessità poetico/stilistica oppure un modo per far meglio comprendere il vostro messaggio?
Ragioniamo in romano e cantando le nostre esperienze non potevamo che utilizzare il dialetto. Sicuramente l’onestà di questo passaggio rende più agevole la comunicazione ma anche il processo creativo.
Molti vi inquadrano - e pure io, forse sbagliando - in una presunta scena capitolina. Vi ci riconoscete? E che ne pensi di artisti come Mannarino o l’Orchestraccia?
Abbiamo grande rispetto per il lavoro di entrambi e con loro condividiamo molte atmosfere e scenari, anche se le differenze sono molte. “Il Bar Della Rabbia”, ha secondo me un paio di episodi che sono delle vere e proprie perle.
Però, secondo me, siete lontanissimi da gente come Silvestri, Fabi e Gazzè, che sono molto più commerciali.
In verità mi piacciono parecchio i loro lavori solisti.“Favola Di Adamo Ed Eva” è un disco che so a memoria.
Secondo te c’è ancora spazio in Italia per l’arte popolare o siamo tutti destinati ad appiattirci culturalmente finendo per dimenticare il grande paese che siamo stati in campo letterario, cinematografico e musicale, anche e soprattutto a livello locale?
L’appiattimento culturale Italiano è problema molto serio. La cultura e l’arte credo debbano fare opposizione al grande vuoto che sta divorando l’Italia da almeno trent’anni. L’arte popolare dovrebbe avere in questo periodo forti impulsi perché la gente è stanca e non ha voce. Ma sinceramente non mi sembra ci sia una reazione culturale adeguata al momento storico che stiamo attraversando.
Com’è nata in voi la passione per il folk e quali ascolti vi hanno accompagnato nella lavorazione di questo disco?
L’amore per il folk è nato suonandolo. Le nostre esperienze musicali precedenti erano di natura completamente diversa. E’ importante per noi non essere dei cultori del genere proprio per mantenere integra la nostra sonorità. Ascoltiamo molto rock indipendente italiano, folk americano, metal, punk, rap, cantautori.
Mi è piaciuto molto il lavoro solista del “vostro” Giancarlo Barbati col suo progetto “Giancane”, al quale peraltro hanno preso parte anche Alessandro Pieravanti e Alessandro Marinelli (rispettivamente percussioni e fisarmonica de Il Muro Del Canto, ndr). Ritieni che le esperienze al di fuori della band vi abbiano arricchito o è solo un luogo comune e le dinamiche di gruppo alla fine sono sempre a sè stanti?
“Una vita al Top” di Giancane è un disco molto bello anche per me, ritengo che sia una delle uscite migliori del 2015 in Italia, è un album sincero, diretto, divertente, amaro e irriverente. Inoltre tra “Ancora Ridi” e “Fiore de Niente” io, Eric Caldironi e Alessandro Marinelli abbiamo pubblicato, con l’aiuto di Nicolò Pagani al contrabbasso, un disco a nome Montelupo (Goodfellas 2014) un’antologia del canto anarchico italiano. Questi progetti sono stati fondamentali, perché tutto il tempo passato in studio ci ha reso più coscienti e ci ha fatto crescere tecnicamente. I dischi in questione sono stati veri e propri laboratori per definire al meglio quello che è stato il suono di “Fiore de Niente”.
Ho letto che sarete in tour fino a fine aprile. E poi?
Continueremo a fare live a supporto di “Fiore de Niente” per molto tempo, almeno per un paio d’anni e nel frattempo scriveremo canzoni nuove. Fino a che non avremo il materiale per un nuovo disco, i tempi possono essere brevi o lunghissimi. Intanto ci godiamo i concerti che in questo momento di pausa obbligata ci sono mancati tantissimo.
Articolo del
09/03/2016 -
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