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Mai come nel loro caso “space-rock” è da intendersi in senso (anche) letterale. I Dumbo Gets Mad sono il classico esempio di cervelli in fuga dall’Italia. Stabilitisi a Los Angeles nel 2010, con la loro miscela a base di psych, pop e rock “cosmico” si sono guadagnati frotte di sostenitori in terra americana e non solo. In Italia, però, ci sono tornati a dicembre e gennaio per una serie di concerti a supporto del loro terzo album ”Thank You Neil”, pubblicato lo scorso autunno. Un lavoro ispirato alla trasmissione televisiva americana "Cosmos: A Spacetime Odyssey" e condotta dall'astrofisico Neil Degrasse Tyson (il Neil ringraziato nel titolo). Ne abbiamo parlato con loro un paio di giorni prima della serata al Lio Bar di Brescia di venerdì’ 22 gennaio.
Un disco su un documentario scientifico che parla di cosmologia. Come mai?
Vedendo “Cosmos” la prima volta mi sono subito interessato agli argomenti trattati, per cui ho deciso di riguardare il documentario una seconda volta. A quel punto iniziavo a trarre conclusioni personali, e mi venivano in mente dei testi in modo molto naturale. Per cui ho deciso di scrivere un album, cercando di evocare un immaginario sonoro composto da atmosfere intime e suggestive, nelle quali potessi trovare ispirazione e ricordarmi delle suggestioni che “Cosmos” mi aveva dato.
Com’è nato Thank You Neil e quanto ci avete messo a realizzarlo?
Il processo è stato molto curato inizialmente, nella parte di scrittura. In seguito abbiamo provato tante volte i pezzi assieme alla band che sta girando con noi live. Una volta capito che i pezzi avevano groove e ci piaceva come suonavano ho deciso di inciderli. La registrazione in sé è durata non più di tre giorni.
Seppur “dilatato” e apparentemente ostico ad un primo ascolto, questo lavoro suona più immediato e scorrevole rispetto ai precedenti, si ha come la sensazione di grande fluidità. E’ stata una scelta precisa?
Si, non volevo che i pezzi fossero slegati per un disco di questo tipo, che sostanzialmente ha un argomento di fondo preciso. Gli strumenti sono sempre gli stessi, e c’è pochissima postproduzione proprio per questo motivo.
I riferimenti allo spazio, ovviamente, sono tantissimi. La intendete come dimensione solo fisica o anche spirituale?
In gran parte il concetto è trattato da un punto di vista spirituale. Ma credo non cambi tanto. La cosa che più mi spaventa nello spazio come nella vita è l’equilibrio che nessuno ha apparentemente deciso ma c’è. La gravità è un dogma imprescindibile, è per dire la superstar dell'universo, senza la quale non esisterebbe la vita come la conosciamo. È una questione di attrazione-repulsione. Allo stesso modo sul pianeta terra le emozioni positive e quelle negative si bilanciano. Ecco questo è uno dei temi che più mi affascinano e al contempo mi fanno impazzire, ed è presentissimo in tutto il disco.
Disco in cui, oltre che al panorama sperimentale USA anni ‘60/’70, guardate anche alla scena italiana library dello stesso periodo di artisti come Piero Umiliani e Bruno Niccolai. Com’è scoccata la scintilla per loro?
Credo che la nostalgia per un Italia così bella susciti sempre un influenza molto potente quando si tratta per me di scrivere musica. Umiliani e Nicolai sono solo due dei portavoce di quell'epoca stupenda a livello creativo, ed è cosi bello ascoltare la loro musica che finisci per farti influenzare.
Dal vivo – e quindi anche nelle recenti date italiane - presentate una scenografia e costumi molto particolari. C’è un significato dietro?
Carlotta (la cantante, ndr) è presa bene dalle scenografie e ha sempre delle ottime idee a livello estetico. Per cui lei ha deciso di prendere della semplice carta stagnola e addobbare il palco stile cyberspace, e farci suonare con mantelli viola e maschere. Io e la band ci fidiamo e siamo facili da convincere.
Nel 2010 vi siete trasferiti a Los Angeles. Perché e come vi siete trovati a vivere, ma soprattutto a fare musica, lì?
Los Angeles è la città in cui in questa epoca storica mi piacerebbe vivere. Ora siamo in Italia, e presto spero di tornare. Non mi piacciono le città di media grandezza, dove magari ti può sembrare che succeda qualcosa ma in realtà non è vero. A LA nascono moltissime innovazioni, ed è una sensazione molto viva vederle nascere, a livello musicale e non.
Quali band o artisti degli anni ‘70 vi hanno maggiormente ispirato in carriera e quali tra quelli recenti vi sono sembrati più interessanti nell’ultimo lustro?
Shuggie Otis su tutti, ma anche Todd Rundgren, Rotary Connection, Soft Machine. In generale ci piace ascoltare musica che trasuda personalità, fatta da artisti che inventano un proprio genere magari mischiandone diversi assieme.
Negli Stati Uniti siete molto apprezzati. Ritenete che il pubblico a quelle latitudini sia più avanti come cultura musicale rispetto a noi ? E com’è la scena italiana vista dagli USA?
Si c’è interesse, ma forse è più curiosità. Il punto è che in California sono tutti molto ben disposti ad aprirsi a nuove culture. Forse perché hanno una tradizione meno forte di quella europea e sono più facilitati in questo.
Dopo gli ultimi concerti, tornerete in Italia anche in primavera/estate?
Speriamo di sì, vorrei portare questo disco live il più possibile perchè credo sia il meglio dal vivo.
Articolo del
27/01/2016 -
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