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Non solo musicisti, ma anche carpentieri e ingegneri del suono. Sì perché i toscani Farewell To Heart And Home, oltre a suonare ottima musica, si sono fabbricati da soli anche la sala prove e il banco del mixer. E’ così che è nato ”Diversions”, il loro album di debutto, luminoso esempio di folk-pop all’italiana (ma non in italiano), che il leader e polistrumentista Athos Molteni ci racconta in questa intervista.
Le etichette - si sa - lasciano il tempo che trovano, ma “folk-wave agreste” potrebbe fare al vostro caso?
Oramai è il gagliardetto appuntato sulla nostra marsina. Non possiamo più togliercelo. E comunque è il marchio della musica che abbiamo impacchettato in “Diversions” e portato in giro sui palchi fino ad oggi. Magari per il prossimo album non andrà più bene.
Com’è nato Diversions e perché avete scelto questo titolo?
Dal rocambolesco matrimonio di ukulele baritono, violino, wurlitzer, batterie customizzate, chitarre assortite, basso, metallofono, tastiere e cinque voci. “Diversions” rimane in bilico tra il passatempo innocente escogitato per ammazzare la mezz'ora vuota e l'urgenza drammatica di una scorciatoia, di un sentiero alternativo, di una rada nascosta in cui gettare l'ancora. Una doppiezza stuzzicante.
Quanto tempo ci è voluto per realizzarlo?
Una mole di tempo sostanziosa: un anno e mezzo dalla prima registrazione di batteria al mastering finale.
Cosa rappresenta l’immagine in copertina?
Un “Farewell to Hearth and Home” condensato in logo grafico.
Le canzoni sono molto varie come mood e sonorità. Ce n’è una che preferite suonare o che vi rappresenta in modo particolare?
Spesso dopo i concerti, quando ci chiedono il bis, cadiamo invariabilmente su The Saddest Summer Ever Known oppure su Misadventures Of Leonard Nimoy, dopo conciliaboli esagitati. Dunque suppongo che, tutto sommato, siano quelle che abbiamo più voglia di suonare.
Com’è nata l’idea di formare una band?
Suppongo che le band appartengano al novero delle cose che accadono da sole. Non vengono decise. I Farewell To Hearth And Home nascono come duo che si proponeva di cucire un vestito musicale alle prime, rudimentali mie composizioni utilizzando esclusivamente virtual instrument, scrittura MIDI e una chitarra vagante. Dopo un paio di anni erano cresciuti in una band di sei elementi. E chi se lo aspettava?
Come avviene il processo di scrittura in un collettivo numeroso come il vostro?
La scrittura prende l'abbrivio dalle canzoni che io porto in sala prove. Sono brani completi, con linea melodica e testo già maturi. Certe volte sono pure accompagnati da un demo scalcinato che suggerisce qualche bozza di arrangiamento, soprattutto se c'è qualche frase strumentale importante da difendere, come è stato per il basso di How The Nautical Routes Grow And Remould o il violino di Misadventures Of Leonard Nimoy. Poi il pezzo diventa patrimonio comune, e attraverso un percorso di demolizione e lenta e meditata ricomposizione giungiamo alle canzoni di “Diversions”.
Quali sono stati i vostri principali riferimenti musicali?
Censimento a freddo: The Smiths, Arcade Fire, Echo And The Bunnymen, The Cure, David Bowie, Pixies. E i Sepultura, ovviamente.
Ho notato delle affinità con i primi Arcade Fire e con gli Of Monsters And Men, ma anche con un’altra band italiana, i Sadside Project. Vi ci ritrovate?
Il risvolto più intrigante di tutta la faccenda delle recensioni è subire l'accostamento a band insospettate, misteriose o addirittura detestate. Nel caso in questione il paragone con gli Arcade Fire ci inorgoglisce e lo sottoscriviamo: “Funeral” e “Neon Bible” sono lavori grandiosi. I Sadside Project son davvero bravi e li abbiamo sentiti suonare in più di un'occasione, però trovo che i Farewell To Hearth And Home usino il loro “ingrediente” musicale amalgamandolo in percentuali uguali insieme a molti altri, mentre loro lo enfatizzano ed hanno scelto di esserne gli alfieri vincenti. Degli Of Monsters and Men conosciamo solo le propaggini più mainstream, quelle che sfiorano radio e televisione, e quindi manteniamo un atteggiamento agnostico nei loro confronti.
Perché la scelta di cantare in inglese? Non che sia importante, ma pensate che prima o poi passerete all’italiano?
L'inglese è una risorsa spontanea ed un'esigenza comunicativa. Non c'è niente di pianificato a tavolino.Un passaggio all'idioma nostrano non è possibile: quella sì che sarebbe una mera strategia politica.
Essendo così tanti, è difficile per voi conciliare gli impegni di tutti con le prove, i tour e tutto il resto?
In effetti sì. La cosa più dolorosa per chi, come noi, non vive di rendita con la musica è sopportare il fatto che un progetto musicale che richiede tempo, dedizione e speranze debba essere incastrato a forza nei pertugi angusti che rimangono dopo il lavoro, le beghe familiari, gli spostamenti e tutte le piccole cose che fanno la quotidianità di una giornata. A tutto questo, noi aggiungiamo un bel moltiplicatore da sei. Come via di fuga stiamo pensando di lavorare contemporaneamente anche su formazioni ridotte (quartetti o trii) in modo da avere più Farewell To Hearth And Home capaci di fronteggiare situazioni diverse.
Ho letto che la sala di registrazione e il banco di miraggio ve li siete fatti da soli. E’ vero?
Con grandi abilità carpentieristiche, sfruttamento astuto di materiali e competenze di ingegneria del suono.
Articolo del
06/10/2015 -
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