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E’ apparsa intima l’intervista nella hall traboccante di liceali, adulti, agée al “Medimex“ (la fiera musicale internazionale di Bari svoltasi dal 6 all’8 dicembre, www.medimex.it). Tra i protagonisti degli incontri d’autore di Ernesto Assante nella tre giorni di meeting, show case e dibattiti, c’era Francesco De Gregori. Ha ritirato il premio come miglior album dell’anno con “Sulla Strada” riconosciutogli dall’ Academy Medimex. E si è concesso al pubblico, spiegando con la sapienza di un artigiano alle prese con i suoi ‘bicchieri di cristallo’, il dietro le quinte di alcuni suoi brani storici, oltre che di pezzi di storia, ribadendo il solo modo per giungere al pubblico: la sincerità. Saprebbe raccontarti con precisione le caratteristiche del pezzo radiofonico per “spaccare” (trucchi del mestiere). Apre, ma chiude subito, infatti, una parentesi scomoda sulla radio, confermando però che nella fase creativa non segue schemi. Cosa consigliare ad un giovane cantautore? Di sfruttare tutti i modi possibili per farsi ascoltare (che sia anche “X Factor”, tanto il talento, a parte la bella voce, emerge) e di sfruttare al massimo i nuovi canali comunicativi. Di non preoccuparsi se i primi esperimenti musicali siano poco degni di nota, l’obiettivo è continuare a scrivere per la voglia di farlo. E lui, come ha cominciato? Tutto è partito dalla volontà di emulare De Andrè e Bob Dylan, ha ricordato, in tempi in cui, riusciva al massimo a farsi ascoltare da 15-20 persone. «L’impresa più difficile da sempre per un cantautore è quella di scrivere una canzone semplice. E‘ paradossale - ha raccontato - come spesso le canzoni dalla ‘trama narrativa’ più complicata siano quelle arrivate meglio al pubblico – (cita ‘La donna cannone’, con scroscio di applausi a seguito). Si sa poco di questa donna, potrebbe avere varie interpretazioni, eppure…’La leva calcistica del ‘68’ - (altro scroscio di applausi) - a volte mi sembra falsa, troppo lineare, per questo spesso non la inserisco nei miei concerti. Alcuni pezzi ignorati, nella mia storia musicale, sono meno arrivati magari perché non hanno goduto della promozione giusta, altri hanno avuto bisogno di più tempo per essere accettate. Quando uscì ‘Rimmel’ me ne dissero di ogni, da ‘finto comunista’ ecc. Col tempo, si è fatta strada». Il rapporto professionale più appagante di sempre, ha ricordato, senza dubbio quello con Lucio Dalla: «Non è un caso che, dopo 30 anni, abbiamo deciso di ritornare a collaborare in due tournee». E rivela che si è beccato anche dei ‘no’ da qualche artista che non voleva collaborare con lui poiché non lo apprezzava come artista. E’ pronto a liberarsi, su richiesta, di due etichette da sempre affibbiategli: quella del cantautore impegnato e del poeta. «I cantautori fecero una piccola rivoluzione nel mondo sonoro anni ’70 occupandosi di temi mai trattati. Se ‘impegnato’ significa che mi sforzo di non essere banale, detto tra virgolette, non mi spiace. Voglio però stare lontanissimo da questa etichetta. La vita è fatta di gioie, dimenticanze, di sentirsi incuranti di quel che avviene intorno. Sono però consapevole del fatto che con la musica influenzi gli altri, anche se non mi sento ingabbiato da ciò». E non chiamatelo poeta. «Leggo e apprezzo molti poeti contemporanei, ma trovo assurdo che mi definiscano tale. La poesia è disciplina, ha una forma e una metrica che poco ha a che fare con la forma canzone. In genere me lo dice chi non ha mai letto poesie vere». Qualcuno però ha detto che “La poesia si libra nell’aria e va dove vuole”. Emozionante, punto. ‘Sempre e per sempre’.
Articolo del
11/12/2013 -
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