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L'edizione 2003 del Festivàl della Canzone Italiana si è chiusa sabato sera con la scontata vittoria della cantante ligure 36enne Alexia, con il lento soul "Per dire di no". Secondo il cantautore 34enne romano Alex Britti e la sua "7000 caffè", terzo il jazzista "pesce fuor d'acqua" Sergio Cammariere, con "Tutto quello che un uomo". Ma in realtà le canzoni sono state solo lo sfondo (sbiadito) alla vera notizia dei 5 giorni di kermesse: il crollo degli ascolti televisivi. Durante la serata conclusiva solo 12 milioni di italiani erano davanti al video a vedere Sanremo, contro i 16 dell'anno scorso. Grossi problemi anche dal punto di vista dello share, dato che la finale ha registrato solo il 49.51% di share nella prima parte, ed è la prima volta che si scende al di sotto del 50 %. Alcuni (Baudo, ad es.) hanno utilizzato come scusa la buona contro-programmazione della concorrenza (Zelig, Grande Fratello), altri opinionisti di rango hanno invece intitolato i loro fondi con titoli da fine impero: "la fine di un mito ("Il Messaggero"), "E' finita un'era" (La Repubblica). In definitiva, tutti (Baudo e collaboratori a parte) sono sembrati felici di questo crollo del festivàl: per tanti, troppi anni, siamo stati, noi italiani, tartassati dalla balla mass-mediatica che Sanremo andava visto perchè "era comunque un grosso fenomeno di costume". Senza tenere conto del fatto che la formula della gara è roba da terzo mondo, che le canzoni presentate erano sempre almeno nel 90 % fuffa della peggior specie e che la qualità degli opiti internazionali è andata decrescendo nel corso degli anni. Anche quest'anno, di vedibile (ed ascoltabile) c'è stato davvero poco: c'è piaciuto il Nino D'Angelo della etnica e arabeggiante "'A storia 'e nisciuno", ci hanno fatto tenerezza i Bobby Solo e Little Tony di "Non si cresce mai", ci siamo sdilinquiti a vedere la belissima e bravissima ospite Shania Twain di "Getcha Good". Da un punto di vista televisivo, invece, il festivàl è apparso ormai irrimediabilmente "pippizzato", ovvero professionalizzato alla maniera nazional-popolare di Baudo, a discapito della spontaneità che ci aveva fatto sopportare le kermesse più "trash" e sbilenche degli anni ottanta e primi novanta. Al punto di farci dire che il vero merito del Sanremo di quest'anno è stato rendere possibile la messa in onda di "Pluton", il contro-dopo-festival organizzato da Vittorio Sgarbi sulla 7, quello sì un esempio di tv innovativa (forse il primo del nuovo millennio) e surreale, con senatori della Repubblica, transessuali, modelle dell'Est Europa, vecchi arnesi della politica e marginali del mondo dello spettacolo a discettare di tutto (politica nazionale e internazionale, letteratura ed arte) tranne che di canzonette, e a leggere poesie dall'interno di una toilette. Da rifare, "Pluton", il prossimo anno, magari al posto del festivàl.
Articolo del
10/03/2003 -
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