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A 53 anni è morto domenica 12 gennaio, a Miami in Florida, Maurice Gibb, fratello gemello di Robin e parte dei Bee Gees insieme al fratello più grande Barry e allo stesso Robin. Maurice, che del trio era quello "calvo", o quello "con il cappello" (a seconda delle circostanze) era stato portato d'urgenza giovedì scorso in ospedale dopo aver avuto un attacco cardiaco seguente ad un blocco intestinale. Come sanno anche i bambini, i Bee Gees sono stati uno dei gruppi pop più popolari di sempre: nati in Inghilterra ma trasferitisi a Brisbane in Australia in età precoce, i tre fratelli Gibb si imposero verso la metà degli anni Sessanta nella loro patria adottiva con il singolo "Spicks and Specks", che nel 1967 li riportò nel Regno Unito. In quello stesso anno la Polydor li mise sotto contratto e li impose a livello internazionale con l'album "Bee Gees 1st", contenente pezzi pop dalle melodie cristalline quali "New York Mining Disaster 1941", "I Can't See Nobody" e "To Love Somebody". Quest'ultimo divenne in seguito uno standard della musica soul, apprezzato da Otis Redding e inciso da innumervoli artisti neri (si ricorda la versione di James Carr e quella di Nina Simone, che nel '69 incise un album con questo titolo). Il momento d'oro proseguì con "Horizontal" del '68, che conteneva "Massachusetts", forse il loro brano più famoso di quest periodo, che portò i Bee Gees a rivaleggiare con Beatles e Beach Boys nelle pop charts. Molti brani dei fratelli Gibb, fra l'altro, furono incisi in improbabili versioni italiane dai gruppi coiddetti "beat"(fra cui Mal & the Primitives). Seguirono albums come "Idea" (1968), "Odessa" (1969), doppio tentativo di concept alla Sgt. Pepper's, "Cucumber Castle" (1970), "2 Years On" (1970), e "Trafalgar" (1971) che diede ai Bee Gees il loro primo n.1 USA con il singolo "How Can You Mend A Broken Heart". I dischi immediatamente successivi - "To Whom It May Concern" (1972) e "Life In A Tin Can" (1973) evidenziarono una certa crisi creativa, che si risolse con l'avvicinarsi dei tre al produttore Arif Mardin e alle sonorità della Disco: il primo risultato fu il sottovalutato "Mr. Natural" del 1974, a cui l'anno dopo fece seguito "Main Course", il cosiddetto "disco della svolta", in cui i fratelli Gibb per la prima volta introdussero il cantato in falsetto che diventò il loro marchio di fabbrica. Dopo "Children of The World" (contenente "You Should Be Dancing"), la partecipazione al soundtrack del film "Saturday Night Fever": fu un hit planetario e partorì numeri uno a raffica grazie a brani come "Night Fever", "Stayin' Alive" e "If I Can't Have You". A sancire lo status da superstars dei Gibb, fu pubblicato nel '77 "Here at last...Bee Gees Live", doppio album dal vivo registrato durante un concerto a Los Angeles il 20 dicembre 1976; e, nel '79, "Spirits Having Flown", a tutt'oggi il loro album più popolare in Italia, dato che passò ben 12 settimane di fila al n.1. "Tragedy" E "Too Much Heaven", i singoli tratti dall'album, ebbero uguale successo. Da allora in avanti (e causa il declino della Disco) per i Bee Gees risultò difficile mantenere gli stessi standard di popolarità: "Living Eyes" dell'81 fu un album poco ispirato; meglio andò a "E.S.P." (dell'87) da cui scaturì l'hit "You Win Again", e a "One" (1989). Poco da dire invece per "High Civilization" (1991) e "Size Isn't Everything" (1993) mentre ottenne buone recensioni "Still Waters", il "grande ritorno" del 1998. L'ultimo (in senso assoluto, ormai) album del trio è "This Is Where I Came In" del 2001. Per chi volesse accostarsi alla grandezza pop dei Bee Gees, il consiglio è di procurarsi il CD doppio "Their Greatest Hits" pubblicato poco più di un anno fa: una "summa" compatta contenente il meglio delle due fasi (la pop e la disco) della produzione dei Brothers Gibb.
Articolo del
13/01/2003 -
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