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Giorgio Gaber è morto il 1° gennaio a Montemagno, nella sua casa in provincia di Lucca, all'età di 63 anni. Nato a Milano Giorgio Gaberscik, a 15 anni iniziò a suonare la chitarra per curare il braccio sinistro colpito da paralisi. La fine degli anni '50 lo vede ad esibirsi sul palco del locale milanese Santa Tecla, frequentato, tra gli altri, da Adriano Celentano. Il primo amore di Gaber è il rock'n'roll: se Celentano si limita ad imitare Elvis, Gaber esplora una via più personale e, in un certo senso, più "italiana" al rock, come testimoniato dai suoi primi 45 giri per la Ricordi tra cui "Ciao ti dirò"/"Da te era bello restar" (del '58) e "Una fetta di limone" in coppia con Enzo Jannacci (del '60). In seguito, e per tutti gli anni Sessanta, Gaber si diede ad una sorta di cantautorato arguto, di cui i singoli "La ballata del Cerutti" ('61), "La risposta al ragazzo della via Gluck" ('66) e "Com'è bella la città" ('69) restano memorabili. Negli anni '70, il passaggio alla formula dello spettacolo teatrale accompagnato da canzoni, a partire da "Il Signor G" (1970), "I borghesi" ('71), "Dialogo tra un impegnato e un non so" ('72), "Far finta di essere sani" ('73), "Anche per oggi non si vola" '74), "Libertà obbligatoria" ('76), "Polli di allevamento" ('77), "Pressione bassa" ('80), fino ad arrivare allo "scandaloso" spettacolo "Io se fossi Dio" del 1980. Negli anni '80 la produzione di Gaber inizia a farsi più rada, ma sempre di qualità: sono gli anni di "Anni affollati" ('81) e de "Il Grigio" (1989). Dopo alcuni anni di assenza presochè totale dalle scene, nel 2001 Gaber ritornò alla forma della canzone pura, con le bordate ironiche contenute nell'album "La mia generazione ha perso".
Articolo del
03/01/2003 -
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