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E' morto venerdì scorso a Kingston, Ontario, in Canada, Zal Yanovsky, chitarrista e membro fondatore del leggendario gruppo di folk rock Lovin' Spoonful. Originario di Toronto, Yanovsky si era trasferito a New York nei primi anni sessanta, e nel Greenwich Village aveva fatto comunella con un altro aspirante folksinger, John Sebastian. Yanovsky e Sebastian misero in pratica un'idea che in quel periodo girava nell'aria, e che dall'altra parte degli USA,in California, fu realizzata dai Byrds: miscelare il grande songwriting della musica folk con i ritmi del rock. La band così formata, The Lovin' Spoonful, assurse alle vette della popolarità nel biennio 65-66, in cui, grazie a hits quali "Daydream", "Did You Ever Have To Make Up Your Mind?" e, soprattutto, la tuttora celebre "Summer In The City", diedero filo da torcere ai Beatles e agli stessi Byrds. Piacque anche il fatto che i caratteri dei leader Yanovsky e Sebastian non potevano essere più diversi: giocoso clownesco e molto ebraico il primo, all-american boy e serioso il secondo, molto preso dal suo ruolo di singer/songwriter. L'epopea degli Spoonful, però, finì presto: problemi di droga e conflitti tra personalità fecero sì che Yanovsky e Sebastian sciolsero il gruppo nel 1967. Zal incise un album solo "Alive and Well and Living in Argentina" (da riscoprire) che finì mestamente nel dimenticatoio, mentre Sebastian ebbe maggior fortuna, arrivando ad esibirsi a Woodstock nel '69 (anche se di recente lo si è visto a pubblicizzare improbabili raccolte del "meglio dei meravigliosi 60's"). In seguito Yanovsky tornò in Canada, e abbandonato il music biz, divenne un ristoratore di alto livello. Oggi il decesso, avvenuto a soli 57 anni per cause cardiache, proprio in un momento in cui il pubblico stava iniziando a riscoprire il sound di una band che Yanovsky e Sebastian, più che folk-rock, amavano definire "Jug-band music". Sono di quest'anno, infatti, le ristampe dei primi due album della band "Do You Believe In Magic" e "Daydream" (a lungo irreperibili): si tratta di due tra i dischi più rappresentativi della metà degli anni Sessanta, da riascoltare senza indugi.
Articolo del
18/12/2002 -
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