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In queste prime serate, qualcuno ha commentato che sia un Festival in alcuni momenti un po’ sottotono: in realtà è lo stile di Carlo Conti che (per fortuna) punta più alle canzoni che allo show. Vero anche che 30 artisti in gara sono tanti e che il direttore artistico e conduttore vuole restare sempre in un timing perfetto per non finire troppo tardi.
Il problema è piuttosto l’approccio di alcuni artisti che potevano sicuramente metterci un po’ più di energia. Ci sono invece altri cantanti in gara che con il loro graffio hanno dato il giusto sprint alla kermesse.
Partiamo da Ditonellapiaga che ha unito un’ottima performance e movimenti di scena (insieme al suo team di ballerini) al suo consueto stile ironico e pungente, che avevamo già imparato a conoscere qualche anno fa con “Chimica” che aveva condiviso con la mitica Rettore.
C’è poi Tredici Pietro che di intensità - ed emozione - ne ha messo tanta; spesso fa capire, dentro e fuori dalle righe, che il cognome che porta sia una bella responsabilità. Sicuramente il talento non gli manca e il suo brano è uno dei più originali in gara, sia per le scelte inconsuete di arrangiamento che per le interazioni strumentali e corali. Aggiungendo le giuste movenze e l’intensità di esecuzione si ottiene un mix vincente.
Curiosamente c’era da aspettarsi di più dalle Bambole di Pezza, storica formazione punk in rosa nota per lo stile ribelle ma che, in questa scelta sanremese, ha scelto un brano forse troppo classico. Senza nulla da ridire sul timbro della cantante o sull’esecuzione delle musiciste, ma le ragazze avrebbero potuto osare di più.
Non importa infatti se un brano sia rock o pop, se sia veloce o lento; Fulminacci, pur con una ballata romantica, ha saputo “graffiare” la platea con grande intensità interpretativa e una melodia vincente, decisamente vintage nel senso bello del termine.
Anche Levante ha scelto un brano apparentemente dolce, che si apre con chitarra e voce per poi aprirsi con l’orchestra e il finale deciso e intenso sottolineato dalla spinta vocale.
Altro outsider di Sanremo 2026 su cui puntare è certamente Chiello, che unisce personalità scenica, emotività e perizia tecnica (con cui riesce a controllare l’emozione, ma al contempo trasmettendola al pubblico). Il suo mood pessimistico-nostalgico nasconde testi non scontati e scelte stilistiche che guardano al glam rock dei decenni migliori.
Altro bel graffio è quello sferrato da Nayt, altro debutto sul palco dell’Ariston che ha mixato un testo diretto a un’accurata ricerca della resa sonora e del ritmo ipnotico.
J-Ax di graffi è esperto, già da quando negli anni Novanta provocava con le rime degli Articolo 31; ora lo fa esplorando un genere impopolare in Italia (peccato) e ancor più dimenticato all’Ariston, eppure così efficace - come ha detto lo stesso Ax di cui è appassionato da 20 anni - e ancora capace di raccontare le storie degli working class heroes, le classi popolari.
Ci sono poi due donne capaci di graffiare pur con la loro voce di velluto, Arisa e Malika Ayane. La prima è una carezza a ogni nota, ma colpisce dritta al cuore con un vibrato che tocca le corde dell’anima; la seconda è un ammaliante “serpente” vocale in grado di avvolgere l’ascoltatore in un seducente viaggio sonoro.
E poi il graffio più forte è quello della regina Patty Pravo: non importano le canzoni che porta in gara, nè le sbavature o il range vocale (che poi ci fa innamorare proprio nei bassi): basta uno sguardo, un gesto, per far capire a tutti cosa vuol dire essere un’artista
Articolo del
26/02/2026 -
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