|
(segue)
Dopo un intervallo di un quarto d’ora, è il turno di Cat Power alias Chan Marshall dal Sud degli States ma residente a NYC, accompagnata da Will Fratesi alla batteria, da Coleman Lewis alla chitarra e dalla polistrumentista Margaret White al violino, basso e keyboards, e l’atmosfera cambia completamente con la caciara che lascia il posto ad una introspezione alla (chi se li ricorda?) Cowboy Junkies. Davvero peculiare, il personaggio Chan (pronunciato: Sciòn): fisico atletico da cheerleader, capelli lunghi a coprirle praticamente tutto il volto e chitarra in grembo, non rivolge praticamente mai la parola ad un pubblico generalmente ai ai suoi piedi, dando l’idea di preferire di gran lunga la sua Musa al genere umano, benchè pagante. Timidezza, presunzione o che altro? Fin dall’inizio, è chiaro che l’algida signorina Marshall punta tutto sull’ultimo album “You Are Free”, considerato (correttamente) uno dei capolavori indie dell’anno, attingendo solo qua e là dai precedenti “What Would The Community Think?” e “Moon Pix”. L’inizio è da brivido, con il palpitante “dark-folk”, come qualcuno lo ha definito, di “Good Woman” e di “Speak for Me”, per, di base, chitarra acustica, violino e qualche percussione. Vedendo Chan cantare come trasportata in un’altra dimensione spazio-temporale dalle sue Melodie, si fa largo tra le nebbie della memoria una bruciante intuizione dello scrittore inglese Nick Hornby: nel suo penultimo romanzo “About A Boy”, Hornby descrive la protagonista femminile Fiona mentre, seduta al piano, intona le canzoni di Joni Mitchell (e, nella versione su pellicola, la più nazional-popolare “Killing Me Softly” di Roberta Flack) ad occhi chiusi, come se le parole legate a quelle note fossero la cosa più importante del mondo. E conclude (Hornby, non Fiona): diffidate, gente, diffidate (ok, Nick non usa queste parole, qui sto citando Arbore, ma il senso è lo stesso), diffidate di chi è capace di spingersi così in profondità e senza la benchè minima traccia di autoironia… e per Joni Mitchell, poi! Diffidiamo, quindi, ma intorno a metà concerto, quando la band lascia (temporaneamente) il proscenio alla sola Chan, siamo di nuovo costretti a ricrederci. In particolare quando Chan, stavolta al piano, inizia ad intonare il refrain della magnifica “Maybe Not”, forse il miglior brano contenuto in “You Are Free”. E sì: quando la gatta inizia a cantare “We all do what we can / So we can do just one more thing / WE CAN ALL BE FREE...” veniamo anche noi risucchiati in un altro ambito spazio-tempo e chiudiamo a nostra volta i nostri cinici occhi e spegniamo le nostre smaliziate menti per assorbire pienamente la mirabilia di quell’accostamento tra parole e note di piano da cui è impossibile non essere avvolti. “We won’t have a thing / So we’ve got nothing to lose / We can all be free”, e ci crediamo pure noi, anche se solo per pochi istanti. Torna la band e si chiude non proprio in bellezza, con una versione fin troppo molle e svaccata di “Knockin’ On Heaven’s Door” di Bob Dylan.
Dovrebbe imparare ad essere un po’ più rilassata, la signorina Cat Power; allora, forse (e solo allora) potrà diventare una grande come le icone del passato a cui si ispira. Noi, dal canto nostro, ci ripromettiamo di riascoltare con maggiore attenzione i CD di Joni Mitchell acquistati anni orsono su consiglio di una zia un po’ hippie, e lasciati ad impolverarsi sullo scaffale. E di andare a ripescare da qualche parte le “Trinity Sessions” dei Cowboy Junkies, il cui sound intimista e bisbigliato sembra essere - grazie anche alle imprese della “gatta” - improvvisamente tornato di moda.
Articolo del
20/06/2003 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|