|
Come per il concerto del Boss (vedi la recensione su Extra!), anche per quello degli Stones ho dovuto aspettare un bel po’ prima di "recuperare" ciò che avevo perduto. Nel luglio del 1982 Jagger e amici vennero a Napoli, in pieno Mundial spagnolo. Non ricordo più – e ciò mi dà i brividi – il motivo per cui li persi, ma fatto sta che da allora non ho più avuto occasione e modo di vederli dal vivo. ------------------E' quindi singolare che, in soli due giorni, io sia riuscito a vedere due concerti che inseguivo da tanto tempo. E, per fortuna, anche per gli Stones l'attesa non è stata vana. ------------------------------ Sono un amante appassionato dei Rolling, ho tutti i loro dischi (naturalmente su vinile e molti anche su c.d.) e li considero, senza dubbio, la più grande band rock della storia. Dai primi dischi ("The Rolling Stones" I e II, "Out of our heads", "Aftermath"), nei quali l'influenza della musica nera era sfacciata (memorabile la loro versione di "Everybody needs somebody" di Salomon Burke, poi portata al successo vent'anni dopo dai Blues Brothers), ai lavori successivi, dove tale influenza si è fusa con le matrici rock della band e ha dato vita al "suono Stones". Sono stato molto critico con alcuni dischi, secondo me non all'altezza della band, e soprattutto con la produzione degli anni '80 (eccezion fatta per "Tatoo you", grande disco, che fra l'altro contiene il mio pezzo preferito degli Stones, "Waiting on a friend", raramente eseguita in concerto), ma la grandezza di Jagger e soci è oggettivamente tale che anche le (diverse) cadute di qualità non sono mai riuscite a intaccare la gloria del gruppo. -------------------- Mi avvicinavo al concerto di Milano dopo quello strabiliante del Boss, e dunque ero abbastanza curioso di paragonare i due eventi, essendo sicuro che nulla avrebbe potuto superare il set di Springsteen. Inoltre la mattina del concerto avevo letto un articolo nel quale quest'ultimo era esaltato e gli Stones di questa turné definiti dei mercenari, attenti al business e privi di cuore.-------------------- Arrivo allo stadio con la mia solita flemma, e cioè meno di mezz'ora prima dell'inizio del concerto (anticipato alle 20,30 per motivi di ordine pubblico, e cioè di rumore) e mi sistemo davanti al palco, a una ventina di metri. Posizione ottimale per vedere tutto e bene. I Cranberries per fortuna stanno finendo il loro set e dunque posso godermi lo spettacolo di San Siro. Direi che ci sono cinquanta-sessantamila persone, di età compresa fra i venti e i sessant'anni, con una netta prevalenza dei trenta-qurantenni. C'è ancora luce, e ciò non facilita l'atmosfera da concerto, ma il pubblico è già bello carico. Alle 20,40, alla stessa ora in cui era salito sul palco Springsteen due giorni prima, irrompono sul palco i Rolling Stones. Un boato scuote la pur forte – e bellissima – struttura dello stadio. Li guardo, penso che hanno in media sessant'anni - fra l'altro spesi non esattamente a bere tisane, fare sport e ad andare a letto presto – e mi chiedo seriamente se la loro "Simpaty for the devil" non sia in realtà qualcosa di più. Mick Jagger salta fuori in giacchino fucsia attillato e occhiali scuri. Ha un carisma strabordante. Vedere da vicino i suoi gesti tipici, che hanno maldestramente copiato in tanti, la sua andatura da animale del palco, il suo modo imperioso di indicare il pubblico, subito dopo "accarezzandolo" in modo lascivo con il dorso della mano, è grandioso.------------------ Il concerto è una carrellata strabiliante su quarant'anni di storia della musica rock. La band è molto caricata e sembra stranamente colpita dall'accoglienza. Forse i tredici anni trascorsi lontano dall'Italia avevano fatto dimenticare agli Stones quanto fossero amati dalle nostre parti. Che dire di brani come "Street fighting man", "Gimme shelter", "You can't always get what you want", "Angie", "It's only rock'n'roll", "Brown sugar"? L'esecuzione dei brani è perfetta ma per niente fredda o scolastica. Il gruppo spinge, ben coadiuvato dai turnisti di livello spaziale che lo accompagnano, e il pubblico è coinvolto all'inverosimile. Dietro al palco i maxischermi si compongono e si scompongono in continuazione, coprendo e poi scoprendo il fondale sul quale le luci e le immagini si inseguono senza sosta. Quando su "Don't stop", unico pezzo recente – e decente – del gruppo, sul maxischermo appaiono le strepitose immagini in diretta del manico della chitarra di Ron Wood, riprese da una micro-camera, il delirio è completo. L'atmosfera sale sempre di più, malgrado il volume non sia affatto alto (e, per quanto mi riguarda, ciò è solo un bene) e Jagger prende progressivamente per mano i sessantamila, scorrazzando senza requie da una parte all'altra dell'enorme palco. Poi, dopo più di un'ora e mezzo di concerto, durante la quale ho scoperto di ricordare a memoria una serie incredibile di canzoni (che, purtroppo per i vicini, ho anche cantato a squarciagola rutilando senza sosta la mia camicia fradicia), la band, come ormai d'abitudine, si trasferisce, percorrendo una passerella, sul palchetto allestito al centro del prato. Il mini-concerto bis comincia con "Mannish boy", omaggio al grande Mississippi Muddy Waters, e chiude con la commovente "Like a rolling stone" di Bob Dylan, ormai un classico della band. A quel punto non mi vergogno a dire che ero al di là del bene e del male, ormai insensibile al senso di soffocamento causato dalla calca delle persone che, come me, si erano assiepate sotto il palchetto. Urlavo solo le parole – sbagliate – della canzone, saltando e indicando Mick Jagger, che a quale punto era a meno di tre metri da me. Gran finale con "Satisfaction", condita con petali di carta rosa sparati da due cannoni posti davanti al palco, e inevitabile bis con "Jumpin' Jack Flash", con successivi fuochi d'artificio. Degenerazione più totale! Delirio! Goduria! It's only rock'n'roll. BUT I LIKE IT!
Articolo del
12/06/2003 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|