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Nel 1985 il Boss venne a Milano per uno dei suoi incendiari concerti dell'epoca – durata prevista: quattro ore – e il sottoscritto, giovanissimo fan della prima ora del grande rocker, comprò, tramite un'amica veneziana, il prezioso biglietto. Successe, nelle more, che alcuni idioti criminali avessero organizzato una finale di Coppa dei campioni in uno stadio del tutto inadeguato. Tutti lo sapevano e tutti tacquero, finché la sera della finale, poco prima della partita, alcuni esagitati ubriachi cominciarono a spingere con violenza le persone che avevano accanto, e tutto avvenne. Morirono 39 persone, ce lo ricordiamo tutti. La paranoia più incontrollata si impadronì di molti, e il sottoscritto (che di paranoie non ne aveva) cedette alle pressioni familiari e rinunciò al concerto. In seguito, la "maledizione" dell'Heysel mi ha colpito inesorabilmente tutte le volte che Springsteen è venuto in Italia, nel senso che, per una serie incredibile di circostanze, non sono mai più riuscito a vederlo dal vivo. Ho cercato di supplire con tutti i suoi dischi (da "Greetings from Asbury Park , N.J." in poi), con moltissimi dei video dei suoi concerti, ma ho finito con l'aspettare diciotto anni (!) per vedere Bruce dal vivo. Vi lascio quindi immaginare con quale desiderio io sia andato a Firenze, affrontando un viaggio che, per motivi vari, è iniziato alle 2 del pomeriggio ed è finito, dopo il concerto, alle 3 e mezzo del mattino. Devo dire subito che io sono uno di quei fan integralisti che pensano che il Boss abbia fatto cinque grandissimi dischi (i primi cinque: il già citato "Greetings…", "The wild, the innocent, and the e-street shuffle", "Born to run", "Darkness on the edge of town" e "The river") e una serie di bellissime canzoni sparpagliate qua e là negli album successivi. Ma Springsteen dal vivo è altra cosa, che prescinde dalla qualità delle canzoni, dalla musica, dai testi. I numerosissimi concerti che avevo visto in video mi avevano dato una dimensione realistica di ciò che Bruce è in grado di produrre sul palco, ma vederlo dal vivo è tuttaltro. Alle 20,40 circa, con meno di dieci minuti di ritardo sull'orario previsto, il tipico suono della chitarra a dodici corde invade lo stadio. Dopo un attimo Springsteen entra dal backstage sul palco, da solo, con la dodici corde a tracolla. Ha un'aria tranquilla, sicura, malinconica. E' vestito di scuro, con camicia grigia e pantaloni neri. Il volume è alto, il suono è un grido di dolore straziante, disturbante. Bruce attacca la più sensazionale versione acustica che io abbia mai sentito di "Born in the USA". Il pubblico esplode, letteralmente. La voce è roca più del solito, l'espressione del viso tirata. L'esecuzione è da brivido. Al termine del pezzo sale sul palco la E-street band. Altro boato. L'atmosfera si fa subito incandescente. La prima parte del concerto è essenzialmente dedicata a "The rising", ultimo lavoro di Springsteen, che segna un ritorno all'antico e fa ben sperare per il futuro. Il set è perfetto, la band è un orologio e i brani si snocciolano uno dopo l'altro con estrema fluidità e gioia. Bruce è superlativo. Quando si arrampica a testa in giù sull'asta del microfono, quando dedica una canzone alla moglie Patty, chitarrista e corista della band, per il loro dodicesimo anniversario di matrimonio, quando parla in – discreto – italiano e intrattiene il pubblico. Poi, mentre cala la sera, arrivano i ricordi, i classici dei primi album, e il pubblico ha uno scatto di vitalità ulteriore, un ruggito (e il sottoscritto sente le lacrime salirgli su inarrestabili). Ecco "Badlands", "Jungleland" , "Thunder road". E' un delirio totale. Quarantamila e più persone cantano, si sfrenano, sudano, sono grate al loro Boss che le porta per mano con sicurezza, con il cuore, con onestà. Il Boss si massacra, ha cinquantatre anni e continua a saltare, a correre, a urlare nel microfono le sue storie di persone comuni, di perdenti, ma anche le sue parole d'amore, le sue speranze. Storie di pochi in cui tutti si ritrovano. Dopo più di due ore la band finge di concludere il set ed esce. Uscirà altre cinque volte e il concerto, alla fine durerà più di tre ore. In uno dei bis Springsteen si siede al piano e intona la bellissima "My city of ruin". Si ha la sensazione fisica che un brivido, un unico dannato brivido attraversi le persone, lo stadio, le bancarelle che vendono cibo e birra, i fari. Le emozioni sono troppe e troppo forti per essere descritte Arriva l'immancabile "Born tu run". La band non va più via. Si ha la sensazione che il concerto durerà tutta la notte. Il Boss è strabiliato dall'accoglienza incredibile che sta ricevendo, e, diciamolo, strameritando. Poi l'ultimo brano, che nessuno vorrebbe fosse l'ultimo, ma il concerto dovrà pure finire. E infine l'abbraccio, vero, sincero, universale, che il pubblico, il suo Boss, la sua band si scambiano. Il ritorno a Roma, in macchina, fra le macchine ferme all'uscita dallo stadio, è durato un attimo, invaso e sovrastato dalle immagini e dai sogni.
Articolo del
12/06/2003 -
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