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Per quale motivo uno va a vedere un concerto di Eric Burdon a 30 e più anni di distanza dalle ultime manifestazioni di grandezza di colui che si fece notare con una delle più straordinarie VOCI dell’epoca classica del Rock? Chiaro: lo si fa per i nipoti, solo per i nipoti, per potergli narrare un giorno – benché provati dalla gotta o, chissà, dall’enfisema polmonare – che noi c’eravamo e che le abbiamo viste in azione, queste figure mitologiche di cui nel 2056 si favoleggerà. Nel dubbio che l’Alzheimer possa prendere – un lontano, lontanissimo dì - il sopravvento, è allora il caso di redigere una bella lettera aperta…
Essì, cari nipotini belli, li ho ascoltati dal vivo tutti o quasi, i 4 grandi vocalist di quella memorabile stagione che fu la British Explosion degli anni ’60: prima Steve (Marriott), poi Van (Morrison), alla fine ho colto anche Eric (Burdon), e a questo punto alla lista manca solo lo sfuggevole Stevie (Winwood). Come dite? Burdon? Ebbene sì, lo vidi una sera d’estate di circa 50 anni fa, lui aveva ormai 65 anni e dopo un periodo di dorato prepensionamento aveva ripreso ad esibirsi con i suoi Animals: nulla a che vedere, però, con la band da egli fronteggiata nei Sixties, in questo caso si trattava di una ciurma di giovini californiani composta da tali Eric McFadden alla chitarra e mandolino, Paula O'Rourke al basso, da Wally Ingram alla batteria e da Red Young (più attempato) alle tastiere. Ok ok, è vero, Burdon all’epoca era vecchiarello e quasi irriconoscibile rispetto alle foto che appaiono sui miei antiquati CD che voi ora usate come frisbee: capelli completamente imbiancati, panza e occhiali scuri, non aveva più alcuna somiglianza con quel ragazzotto gradasso e scapigliato che cantava con gli Animals intorno alla metà dei ‘60s, se non fosse stato per il sorriso sardonico – lo stesso di un tempo – e un altro particolare non da poco. La VOCE. Quella era rimasta identica, forte chiara e blues-influenced, come ai tempi di Newcastle – suo luogo di nascita da cui prese le mosse la sua prima band di british r’n’b The Animals –, di San Francisco – dove alla fine dei ‘60s andò a incidere 4 notevoli album di psichedelia hippy, – e di Los Angeles – ove nei primi anni ’70 si era unito ai funksters di colore War dando luogo a tre fantastici dischi tutti da sentire. La memoria a tratti mi è fallace; ricordo comunque che quella sera a Villa Ada c’era un folto pubblico trasversale ad ampio spettro, includente i molto giovani (15-16 anni) e i molto vecchi (65-70!), più folla sicuramente del previsto e come di consueto un sacco di yanks in vacanza e non. Burdon e band arrivarono sul proscenio intorno alle 22.30 e ci deliziarono subito con una “Don’t Let Me Be Misunderstood” – no, non quella dei Santa Esmeralda, quella degli Animals – in salsa grunge-psichedelico (dove il grunger era il chitarrista tatuato con le trecce rasta McFadden, un tipo da Melrose Avenue, e lo psichedelico era il tastierista col codino Young, un vero reduce da Woodstock). Ma la voce di Burdon non era ancora decollata. Iniziò a prendere quota con l’esecuzione di due brani recenti, l’r’n’b tirato di “King Size Jones” e il gospel di “Soul Of A Man”. Così, quando si arrivò alla sezione “Animals” del concerto, le corde vocali dell’anziano performer erano già a pieni giri. Dapprima “We Gotta Get Out Of This Place” – in una versione tostissima – quindi il melodico folk-blues “Baby Let Me Take You Home” – appreso, come Burdon stesso ci rivelò – da Bobby Dylan in persona, “I Put A Spell On You” di Screamin’ Jay Hawkins e la ripresa da Sam Cooke “Bring It On Home To Me”. Burdon – un bianco con la voce da nero se mai ce n’è stato uno - calcò ancora di più la mano sul blues, con tributi a Memphis Slim – un amico e un mito personale – e al “Mississippi Blues”, per quella che fu la porzione più sentita ed entusiasmante del set (e meglio eseguita), che spinse ad uno stato di semi-commozione le decine di reduci hippy – con codino d’ordinanza – presenti in platea. Dopo l’ennesima cover – fatta in modo troppo meccanico, stavolta – di “River Deep Mountain High” dell’inimitabile Tina Turner (con Ike) le cui sontuose gambe furono oggetto – apprendemmo – dei desideri del giovane Burdon – Villa Ada esplose quando Burdon declamò per l’ennesima volta nella propria vita che “c’era una casa a New Orleans, la chiamavano la casa del sole nascente…”, che non eseguì però nel folk-style del 1964 bensì nella modalità “Haight-Ashbury” psichedelica e jammistica del periodo di San Francisco. Molto diluita, quindi, ma comunque bella: vi pare poi facile deturpare una canzone come “The House Of The Rising Sun”…? Speravo molto nel bis – sapete, quel risibile rituale che ai miei tempi prevedeva che i musicisti facessero finta di andarsene per poi tornare sul palco richiamati a gran voce dal pubblico… - che invece mi deluse alquanto. Dapprima “Sky Pilot” che sul secondo album di Burdon in quel di Frisco “The Twain Shall Meet” era una extravaganza hendrixian-psichedelica, trasformata in un banale pezzo pop; infine, la cover di “Ring Of Fire” di Johnny Cash – già apparsa sull’hippyssimo “Love Is All Around” del 1968 - in versione “monster-jam” a causa della quale, ne siamo certi, il ManInBlack si sarà rigirato nella tomba. Ovvio, o fanciulli, che non fu certo uno di quei concerti in grado di cambiarti la vita, o quantomeno di imprimertisi nella mente per i giorni o le settimane a venire, ma vedere – e soprattutto, sentire – il grande Eric Burdon in buona forma vocale mi fornì buonissime (per usare un termine in disuso) “vibrazioni”. E poi quella sera a Villa Ada faceva pure fresco. Vi ho mica mai raccontato come in quegli anni prima dell’inverno nucleare, certe estati si raggiungevano quasi 40 gradi di temperatura?
Articolo del
27/07/2006 -
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