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Per una volta saltiamo le premesse obbligate. Quelle del “quanto è importante Paul Weller nel quadro della musica pop e rock inglese contemporanea” o, ancora meglio, quelle del quanto è vitale il padrino del power pop moderno.
Stavolta, complice una calda e lunga serata estiva, mi soffermerò sul cos’è Paul Weller adesso, dopo quasi quindici anni di vita da solista e una importante serie di cambiamenti di cui lui stesso va fiero vantandosene in una delle sue numerose hit. Nel bel mezzo della Cavea dell’Auditorium di Renzo Piano, non esaurita in ogni ordine di posto, trovi una figura famigliare che si agita cambiando tredici-quattordici chitarre in un’ora e mezza e sciorinando più di venticinque pezzi senza tradire un seppur minimo calo di frequenza. E' il Weller con i capelli bianchi, taglio ordinato e camicia nera a maniche lunghe. Accompagnato dal fidatissimo Steve White alla batteria e da un altro paio di fenomeni rispettivamente al basso e alla chitarra. Niente di più nella sobria arena concepita per dare sfogo a tutto quello che non è classico e sacro per l’auditorium. Eppure, ieri sera si è celebrata una cerimonia classica e rituale.
Cos’è Weller nel 2006? Me lo sono chiesto mentre scorrevano i pezzi del suo ultimo As Is Now alternati a piccole perle estratte da quasi tutti gli album solo della sua carriera. Wishing On A Star e Wild Wood vanno ad arricchire la prima parte acustica che insiste, soprattutto, sul repertorio più recente. Intanto, da poca distanza, mi studio l’attitudine del nostro beneamato e scopro con piacere che mantiene inalterato quel graffio costante sulla chitarra che, a distanza di anni e con il mutare dello stile, è sempre figlio di una rozza interpretazione dello strumento incastonata nella fase punk dei Jam. Weller, anche nelle atmosfere più melliflue del suo repertorio, non riesce a tirare indietro quella cattiveria del suo carattere che è fonte inesauribile della sua creatività e di quel personaggio (spesso irritante e scostante) che è il padre di tutti gli antipatici non pentiti.
Prende piede, dopo una prima parte di concerto più intima e sfumata, una sequenza insistente di belle canzoni che riescono ad innervosire l’esibizione, calando Weller in un ruolo più consono. Notevole la versione di Come On / Let’s Go e la serie di Porcelain In Gods / I Walk On Gilded Splinters. Dopo più di venticinque anni di musica, scopro che Weller è riuscito a quadruplicare la durata dei suoi pezzi senza perdere né il nerbo né la necessaria intensità. Quello che dovrebbe ancora essere il nobile padre dei mods nel 2006, c'é lo dice la versione di In The Crowd (an old, old old song...). Se chiedi a chi ti sta vicino di posto quanti anni può avere questa hit degna del migliore british pop moderno, scopri che la brillantezza e la forza dell’esecuzione rendono giustizia all’esperienza ahimé perduta dei primi anni Jam di Weller. Si cambiano velocemente le chitarre ad ogni cambio pezzo e scorrono veloci gli ultimi pezzi del concerto. La sequenza al pianoforte di You Do Something To Me, Good News e Broken Stones precede il finale in crescendo dell’esibizione del Weller estivo, che ribadisce con Changing Man e Foot Of The Mountain la sua profonda impronta di conoscitore delle mille pieghe del rock. Il finale è un tributo in pillole al Weller che fu, a quello che è stato e a quello che è ora. Long Hot Summer, Sunflower e A Town Called Malice sono il giusto epilogo di quella attesa celebrazione di uno dei migliori interpreti della musica pop e rock contemporanea. Paul Weller va per la sua strada senza timore di sorta. Quando ti ritrovi a commentare la sua performance si rafforza la convinzione che il suo “As is Now” è quanto mai la migliore prova di coerenza di un uomo che non cambia mai, rinnovandosi ad ogni stagione.
Articolo del
25/07/2006 -
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