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E’ un’altra realtà quella del megaconcerto allo stadio, quasi una dimensione parallela a quella – dei piccoli club e dei micro-spazi – in cui siamo abituati a consumare musica dal vivo. Per la maggioranza della popolazione, però – saremmo tentati di dire per la “massa” – questa è l’unica dimensione in cui sia lecito parlare di “concerto” (le altre in caso sono serate al pub col sottofondo di un gruppo che suona): con gli schermi giganti, le quarantamila anime in platea e in piccionaia, i suoni sparati a volumi altissimi da casse alte quanto due piani di un palazzo, gli effetti più che speciali e il penetrante olezzo della marijuana… Roba poca raffinata - va da sé - ma una volta l’anno si può, si deve fare. Immergiamoci quindi nel catino dello Stadio Olimpico, lasciamoci spennare dai bibitari che chiedono 10 euro per un hotdog e una birra, lottiamo gomito a gomito nel “pit” riservato a “pochi” (qualche centinaio di fan…!), sudiamo e facciamoci sudare in faccia, facciamoci spaccare le orecchie. Perché forse stavolta ne varrà la pena, perché lassù su quel palco dove spesso si dimenano Renatone e Claudione nostri, e talvolta gli U2 (e ad agosto nientemeno che Mrs. Ciccone), stasera ci sono i Depeche da Basildon nell’Essex, gruppo che tanto amammo e che tuttora continua ad avere la nostra stima. 25 gloriosi anni di carriera, per loro, e nel carniere dischi seminali (l’esordio “Speak & Spell” e “Violator” del ’91), semplicemente belli (“Ultra” del ’97 e l’ultimo “Playing The Angel”) e anche fallimentari (l'insincero, rockettaro “Songs Of Faith And Devotion” su tutti). E oggi abbiamo la curiosità di capire a che punto sono, Martin L. Gore, Dave Gahan e Andy Fletcher, e soprattutto se hanno finalmente messo a punto uno show con i controfiocchi, dato che la prima e unica volta che li vedemmo (al PalaEur di Roma, il 27 ottobre 1987) ci delusero a morte, complice la pessima acustica dello spazio ma non solo: risultarono fiacchi, gelidi, e mai a proprio agio nella dimensione live. Ma prima dei Depeche tocca ai Franz Ferdinand aprire le danze con quasi un’ora di set nell’accecante luce del tramonto (il che li danneggia non poco). Come prevedibile, Alex Kapranos e soci non ne escono bene, azzeccando il “groove” giusto solo su “...Matineè”, “Walk Away” e “Michael”; e al termine della serata, apparirà poi lampante come i Franz abbiano fatto la figura dei lillipuziani al cospetto di giganti del pop come i Depeche Mode. Calano le tenebre e alle 21.30 (quasi) in punto gli headliners si affacciano sul palco al suono di “Introspectre”. La scenografia stavolta è gagliarda e post-kraftwerkiana, con – sulla sinistra - un’enorme sfera luminosa in stile “20.000 leghe sotto ai mari”, e le tastiere di “Fletch” e del suo compare sessionman d’occasione che paiono due astronavi. “Hello”, compare scritto sulla sfera, ma poi il messaggio diventa “pain”, “anguish” e altri stati d’animo similari, e i Depeche Mode attaccano con “A Pain That I’m Used To”, pezzo che apre anche l’ultimo “Playing The Angel”. “Fletch” è uno statico Entwistle della tastiera, come 19 anni fa, Gore un po’ sovrappreso nella divisa piumata del video di “John The Revelator” maneggia una chitarra (!), Gahan è in formissima, snello e tatuatissimo con il consueto orrendo gilè nero come se per lui gli anni non fossero passati. Notare poi che sul fondo del proscenio c’è un batterista in carne ed ossa: i tempi delle drum-machine sono belli lontani… E’ un grande show, stavolta, dal lighting e dai suoni perfetti, e con 2 megaschermi + 5 che rimandano (stilizzate) anche ai distanti “comodoni” assisi in tribuna le immagini del palco. Uno show con stile, però: niente a che vedere con le pacchianate degli U2, questi sono i Depeche Mode, che la tecnologia la usano ma non ne abusano. Dopo “A Question Of Time”, il concerto decolla con l’esecuzione di “Suffer Well”, apice di “...Angel” e forse miglior brano dei Depeche Mode dal 1990 a questa parte, a cui fa seguito “Precious”, sempre dallo stesso album. La sfera continua a riportare stralci di liriche dalle canzoni, estratte a piene mani da un repertorio che – realizziamo – è oggi immenso, e di portata quasi beatlesiana. “Walking In My Shoes” – da pelle d’oca -, “Stripped” – con Gahan che in linea con il testo si leva l’orribile gilè di pelle – “Home” cantata da Gore – purtroppo l’unica traccia dal maiuscolo “Ultra” del ’97 – “It Doesn’t Matter Two”, “In Your Room”, “Nothing’s Impossible”… Si vede che è uno spettacolo ultrarodato, nelle mosse di Gahan in puro stile 1982 che infiammano i fans delle prime file - e non solo - non c’è un briciolo di improvvisazione, vedere i Depeche all’Hollywood Bowl o all’Olimpico di Roma dev’essere esattamente la stessa cosa. A parte i classici “ciao Roma!” i Depeche Mode non propongono – come capita ad esempio ai Rolling Stones - un concerto ad hoc per “questo” pubblico; loro i “po-po-po-po” manco li sentono, Gahan sulla passerella le bandiere dell’Italia le osserva (con distacco, però), ma non le afferra per avvolgercisi come farebbe Jagger; come detto l’esperienza Depeche Mode è kraftwerkiana, non può e non deve esserci troppa interazione con il popolo, sei tu che entri nell’universo del gruppo e mai il contrario. Fanno, purtroppo, i Depeche, la bluesata “I Feel You” – ad opinione di chi scrive il punto più basso della loro carriera – molto apprezzata però dalla “base” come anche “John The Revelator”, track peraltro perfetta per una audience da stadio. La catarsi che ci conquista definitivamente avviene in chiusura di set con la proposizione, in rapida successione, di tre brani che ci mettono knock-out: “World In My Eyes”, “Personal Jesus” e “Enjoy The Silence", ovvero la purissima elettronica di “Violator”, uno dei più importanti dischi degli anni ’90, estasi depechemodiana resa in modo cristallino con i bassi che ti scuotono il torace. Il bis: per “Shake The Disease” sul palco c’è solo Gore che la intona acustica alla chitarra, e non ci convince. Poi però quando torna sul palco Gahan e annuncia che “la prossima canzone si chiama “Photographic””, abbiamo un tuffo al cuore, e facciamo un tuffo nel passato: è una delle prime canzoni dei Depeche – datata 1981 – composta da Vince Clarke, come se i Beatles tornassero (non sapremmo come, ma mettiamo…) insieme e suonassero “Money” o “Mr. Postman”… La eseguono in una versione (ovviamente) più rinforzata rispetto allo scarno originale ma ugualmente notevole, e per qualche minuto ci sentiamo tutti dei New Romantics. Poi sulla sfera inizia a lampeggiare la frase “I’m taking a ride with my best friend…” e capiamo subito, con Gahan che si concede un ultimo giro di passerella tra i suoi fans deliranti cantando l’ultimo episodio di questo concerto di “musica per le masse”, “Never Let Me Down Again”, altro prototipo di immenso electro-pop. Abbracciati e sudati al centro del palco come The Who ai vecchi tempi, Gore, Gahan e Fletcher più comprimari si congedano definitivamente dal pubblico romano, lasciando a bocca asciutta quanti chiedevano a gran voce “Just Cant’t Get Enough” che però sarebbe parsa – a questo punto - incongrua. Una splendida serata d’estate e un “appassionante megaconcerto”, il che sa di ossimoro, ma i buoni vecchi Depeche Mode stavolta ci hanno davvero soddisfatto. Dopo un quarto di secolo, lemme lemme oggi sono forse giunti all’apice della carriera e oltretutto hanno saputo inventarsi uno show visivamente importante, mai tedioso, sfruttando nel migliore dei modi un repertorio che le matricole Franz Ferdinand chissà quando (e se…). “Never Let Me Down Again”: indeed…
Articolo del
20/07/2006 -
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