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Il carrozzone folk di Bruce Springsteen sbarca al Forum di Assago, lui il “capo” aspetta i suoi musicisti in cima alla scaletta, salutandoli uno per uno, mentre le luci si abbassano e si alzano le voci di un pubblico fremente, tra cui alcuni coraggiosi che erano davanti ai cancelli già dalla notte prima per poter stare il più vicino possibile al palco. E non importa se questa volta sanno già che non sentiranno suonare Born to run o Thunder road. Il Boss in giacca e gilet da cantante folk, con la chitarra rigorosamente acustica, tenuta alta, quasi fino al collo, alla maniera di Johnny Cash, attacca con Jesse James, uno dei racconti che sanno di un’America polverosa, contenuti nel suo ultimo lavoro, The Seeger Sessions, col quale Springsteen ha reso omaggio e onore al folk singer Pete Seeger e a tutta la canzone folk e popolare americana, da cui prende spunto e vita questo tour. Sono i brani del disco a farla da padrone nella scaletta e sono gli stessi musicisti che avevano partecipato alle registrazioni in studio a dividere il palco con Springsteen. Inevitabile che l’impatto sonoro sia molto simile a quello percepibile ascoltando il cd, con alcune differenze che fanno poi la sostanza del concerto. La prima differenza in negativo la fa la solita assurda gestione delle prevendite dei biglietti che in Italia continua ad essere monopolizzata dal solito grosso gestore, che può permettersi di decidere modalità e costi irragionevoli. A stridere coi racconti popular dei protagonisti cantati nelle Seeger Sessions, i fans di Bruce, inguaribili, hanno dovuto sborsare anche 70/80 euro per seguire l’unico concerto italiano. La seconda, più interessante differenza, riguarda la solita incontenibile energia di Springsteen, che messo alla prova con un repertorio non scritto da lui, non smentisce la sua fama di Boss. E così in uno stravolgimento delle regole del folk, stavolta il cantastorie diventa più importante delle storie che racconta. Sputa rabbia da tutti i pori in Mary don’t you weep, trascinante cavalcata con forti accenti spirituals, strizza l’occhio a Tom Waits nelle ballate più noir, Eyes on the prize e Erie Canal, o tra i vapori irlandesi di Mrs mc Grath, invita il pubblico a cantare come in Oklahoma home. E qui entra in scena l’altro elemento forte dello show: un pubblico eccitato ed eccitante che sorprende lo stesso Springsteen cantando a memoria tutti i chorus delle canzoni, così nuove, così poco sentite ma già imparate a memoria. Dalla nostra postazione, in piedi in mezzo alla platea, in mezzo alla bolgia, lo scenario è impressionante, con migliaia di mani, davanti, dietro e intorno a noi, che ondeggiano a tempo creando un clima assolutamente emozionante. E’così per tutti gli altri pezzi delle Seeger Sessions, da John Henry a Old Dan Tucker, da Jacob’s ladder a Pay me my money down. Springsteen percepisce questa partecipazione, straordinaria, che non sempre negli stessi States riceverà lo show, quasi stupito che i suoi “pazzi” fans italiani si siano già innamorati di queste canzoni così radicate nella storia americana. Ma dai suoi tifosi italiani sa di potersi aspettare questo e altro, ormai dopo 21 anni di reciproco affetto, dal concerto di San Siro del lontano 1985. Non tutti i fans hanno però apprezzato le rivisitazioni in chiave folky con le quali Bruce ha voluto rivestire alcuni suoi vecchi brani come Johnny 99 o Cadillac ranch rivestite apposta per essere suonate dalla sua orchestra rock-folk. A noi l’idea è apparsa coraggiosa e riuscita, avendo cura e attenzione di evitare un inutile confronto con le esecuzioni in studio con la E Street band. Molto singolare, ad esempio If I should fall behind, rifatta addirittura a tempo di valzer, con uno strepitoso coro finale, intonato instancabilmente dal pubblico, fino a costringere Bruce a riprendere il pezzo dopo la chiusura. Intanto il Boss si è levato la giacca, ha slacciato la camicia, ha gonfiato le vene del collo, si è coperto di sudore come al solito, come pretende la sua indole da ormai oltre trent’anni. Il resto della band è al servizio del romanzo folk, sorretta da una sezione ritmica solida, una energica sezione fiati, fisarmonica, banjo, slide e violini che animano una festa dai colori accesissimi che sa di saloon, di locanda, d’America ma anche d’Irlanda e di leggende scozzesi. How Can a Poor Man Stand Such Times and Live? potente brano di Seeger riarrangiato in chiave soul, rimasto stranamente fuori dal disco, sembra un canto di protesta del popolo nero di New Orleans travolto dall’uragano Katrina, così come My city of ruins scritta qualche anno fa dallo stesso Springsteen si è trasformata nel tempo, originariamente pensata per la natìa Freehold, diventando un canto per le Twin Towers e quindi per New York, e suonata adesso con un poderoso coro gospel, accompagnato dai 12 mila del forum. Prima della saltellante Buffalo girls con la quale il Boss saluta tutti, promettendo un presto ritorno (“ci vediamo in autunno” detto in italiano, tra il tripudio del pubblico), una versione sorprendentemente slow di When the Saints go marching in raccoglie il pubblico in un momento quasi surreale. Il volume si abbassa e Bruce invita i suoi tifosi ad accompagnare il controcanto per un brano che storicamente è sempre stato una esplosione di suoni e colori dell’america nera e più povera, e per una notte torna alle sue origini quando veniva intonato come un canto che fosse di buon auspicio alle anime che andavano verso l’al di là: “Oh, quando la luna si muterà in sangue / Signore, voglio essere uno di loro / Oh, quando le stelle scompariranno / Signore, voglio essere uno di loro / Oh, quando il sole si rifiuterà di splendere / Signore, voglio essere uno di loro”. Il Boss ci lascia senza fiato, stremati come sempre. “Oh quando i santi marceranno / voglio essere uno di loro”. Arrivederci in autunno. Non mancheremo.
Articolo del
15/06/2006 -
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