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Dopo un viaggio iniziato alle 8:30 di mattina da Ancona, alle 18:30, finalmente siamo fuori dal Rolling Stone. Inizio a notare le prime “bombette” e magliette a righe, ma non importa.. Sono in fibrillazione completa…la mia “socia”ed io non abbiamo mangiato ancora, così decidiamo di andare di prenderci un aperitivo insieme alle nostre amiche. Un bar lì vicino. Ci sediamo fuori, il tempo è stato clemente, si sta bene e il sole non è imponente. Al secondo aperitivo andiamo su di giri…Milano, città nuova, sole, momento emozionante, Dresden Dolls. I migliori elementi per formare un ‘alchimia degna di raccontarlo ai nipoti…un giorno. Passa una donna di gran lena. Sento una voce che dice “E’ Amanda” mi alzo in piedi e urlo il suo nome, non in modo isterico, ma come se veramente stessi chiamando una mia vecchia amica…in fondo un po’ lo è. Lei si gira. Le dico la frase più idiota che si possa dire “Amanda, we love you”, mentre la dico mi pento…cosa non fa l’alcool. Ad ogni modo lei si gira, alza le mani in segno di vittoria, notiamo che non usa depilarsi, ci manda un bacio e sparisce. E qui arriva il primo Gossip della serata: il manager dei Dresden Dolls ha chiesto ad Amanda di cominciare a depilarsi perché nonostante le calzette a righe…i peli si vedono lo stesso! “‘Sta moda anni 30...su certi particolari potremmo anche soprassedere, non trovi Amanda?!?!” Ad ogni modo, finalmente entriamo, il posto è grande, già c’è gente in prima fila…uff! Il gruppo spalla, o meglio l’uomo-gruppo spalla sta già facendo la sua performance. Tale THOMAS TRUAX (USA) artista cantante e scrittore newyorkese, inventore di un fantasioso strumento l’hornicator, dal suono fra il kazoo e cose indefinibili, usa e abusa tutti gli strumenti possibili e immaginabili, chitarre dagli effetti inconsueti, theremin, percussioni, campanelle e campanellini. Ad un certo punto gira per il locale con la sua chitarra cantando a squarciagola (d’altronde non aveva il microfono). Mi siedo in alto così da vedere tutto in pace senza spintoni o “odori strani”. Finalmente questo folletto inglese porta a termine il suo spettacolo e attendo silenziosamente i Dresden Dolls. Entrano correndo. Si posizionano. Non abbiamo avuto nemmeno il tempo di accorgerci che sono entrati che hanno già iniziato a suonare. Il primo pezzo, com’è consuetudine dei Dresden Dolls, (o almeno anche al concerto del Velvet, esattamente un anno fa, avevano iniziato con “Amsterdam” di Jacques Brel) è una canzone sconosciuta. Finito il pezzo Amanda accenna le note di “Missed me” con una mano sola perché con l’altra sorseggia un drink dal colore rosso ciliegia. Il pezzo lo prendono velocissimo, il volume è talmente alto che ti entra nello stomaco e ti risuonano le note del piano di Amanda e la grancassa di Brian nella scatola cranica. Quasi non finisce “Missed Me” che subito inizia “Sex Changes” a velocità supersonica. La domanda mi sorge spontanea, non è che oggi hanno fretta? La risposta è “mi sa di sì!”. Secondo gossip: all’entrata ho comprato il cd “Yes, Virginia”, ho chiesto se avevano delle pins, la commessa risponde che le aveva finite perché questa era l’ultima data del tour. Traggo le mie conclusioni, sono stanchi e cercano di finire presto. Il concerto continua con “Backstabber” per passare a “Coin…Operated Boy”, un ‘intermezzo jazz e una canzone francese (la pubblicità della lancia Y, forse “je ne veux pas travailler” di Pink Martini). Nonostante siano stanchi, nonostante abbiano fretta, nonostante Amanda non abbia quasi più voce, sono sempre grandi e ascoltarli è un piacere. Ti rapiscono! Non puoi non cantare a squarciagola non puoi non amarli, non puoi non desiderare di ascoltarli all’infinito. Il concerto si chiude con Girl Anacronism sempre troppo veloce. Alla fine del concerto, sono sempre così carini e gentili che firmano autografi a tutti e su tutto (io ho fatto firmare a Brian le bacchette). Indubbiamente uno dei concerti più belli che abbia mai visto, ma rimango un po’ delusa se lo paragono al concerto dello scorso anno al Velvet. Forse perché è stato troppo veloce…tutto troppo veloce. Anche se hanno suonato per più di un’ora. È stato uno “sturm und drang” e forse tra qualche giorno riuscirò ad apprezzarlo, ma appena uscita dal Rolling Stone ancora mi stavo chiedendo cosa fosse successo. Mi sento come dopo lo scoppio di una bomba, quando ancora senti il ronzio nelle orecchie, la testa è completamente ovattata e il mondo sembra giri più lentamente. Hai la sensazione che qualcosa di grande sia successo ma non capisci bene cosa. L’unica cosa certa è che…ne voglio ancora!
Articolo del
05/06/2006 -
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