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Per un breve arco di tempo gli scozzesi Simple Minds furono un signor gruppo, tra i giganti dell’emergente new-wave britannica. Dopo tre album iniziali promettenti ma un po’ piatti (“Life In A Day” del ’78, “Real To Real Cacophony” del ’79 e “Empires And Dance” del 1980) la band guidata dal frontman Jim Kerr e dal chitarrista Charlie Burchill produsse dapprima l’indispensabile doppio post-punk/electro/velvettiano "Sons And Fascination / Sister Feelings Call" (1981) e appena un anno dopo il capolavoro neo-romantico "New Gold Dream", considerato tra i vertici di quell’epoca sintetizzata e sintetica. Poi però qualcosa si inceppò: il successivo "Sparkle In The Rain" (1984) risultò sorprendentemente poco ispirato; e nel 1985, con l'uscita di "Once Upon A Time" e del singolo iper-radiofonico "Don't You Forget About Me", i Simple Minds virarono senza remore di alcun tipo in direzione di quel suono epico da stadium rock che già tante soddisfazioni stava dando ai loro rivali U2. E con tale scelta decretarono in pratica la propria morte (artistica), anche se le vendite diedero, per almeno un altro lustro, ragione a Kerr e compagni, mai però a livelli paragonabili agli U2. Come ben sappiamo, poi, gli U2 ebbero un insolito – per loro – scarto nei primi anni ’90 con il loro cosiddetto periodo postmoderno supervisionato da Brian Eno; i Simple Minds invece divennero man mano sempre più irrilevanti. Scomparvero del tutto, a partire dalla metà degli anni ’90, per poi ricomparire tre-quattro anni fa sfruttando il generalizzato ritorno di fiamma per tutto quanto sa di Eighties; lo scorso anno, poi, hanno pubblicato “Black & White 050505”, album tutto sommato dignitoso. L'ultima volta che abbiamo ascoltato con ossequiosa attenzione i Simple Minds risale quindi a quando Jim Kerr era teso a fare il verso a Bono in "Alive & Kicking" - dopodiché li abbiamo sempre sostanzialmente ignorati - e la scorsa sera, all'Auditorium di Roma, siamo rimasti delusi dal ritrovarlo esattamente allo stesso punto di allora, lui e il suo "sidekick" Charlie Burchill, unici membri originali di un gruppo completato da sessionmen. Non che per la platea, foltissima e rasentante il sold-out, si sia trattato di un problema: i reduci dagli anni '80 accorsi per l'occasione sono andati in delirio fin da subito - fin da quando, dopo una breve "intro" strumentale, i Simple Minds si sono lanciati in "Sleeping Girl" dal recente “Cry” del 2002 – ribellandosi alla rigida etichetta dell’Auditorium che vorrebbe gli spettatori inchiodati alle sedie, ed assiepandosi di fronte al palco. Kerr, manco a dirlo, si è trovato a perfetto agio nella ritrovata fanatica adorazione del “suo” pubblico, e ha snocciolato diversi brani dal recente album "Black & White" ("Home" e "Stranger" su tutte) e, soprattutto, i classici del periodo "81-82-83-84" (e purtroppo anche "85" e oltre): "Love Song" - unico da "Sons And Fascination" - "Big Sleep", "Someone Somewhere (In The Summertime)", "Glittering Prize" e la title-track da "New Gold Dream" (ma niente “I Promised You A Miracle”, la loro pop-song più bella: perche?), "All The Things She Said", "Don't You Forget About Me", “On The Waterfront” e naturalmente l’inno “Alive & Kicking”. Tutte canzoni che - alcune nostro malgrado - conosciamo a memoria, e che hanno contrassegnato un'epoca. E che però sono state eseguite, nel corso di circa due ore di concerto, nella cornice di un sound bombastico e decisamente datato. Colpa di quelle tastiere squillanti "così anni Ottanta", forse, e di quella batteria troppo roboante in primo piano, ma anche dell'esplicita scelta di Kerr e Burchill di rivolgersi a un pubblico di massima nazionalpopolare a cui è d'uopo dare poche sfumature e molta nettezza di suoni, come stadio vuole e stadio insegna. Peccato perché Jim Kerr, con quella voce che ancora oggi si ritrova, potrebbe regalare ben altro; peccato anche perché, in questa fase della loro carriera, i Simple Minds non avrebbero più niente da dimostrare a nessuno e potrebbero (ri)portarsi sui territori più audaci dei loro inizi invece di seguitare a cercare il facile applauso delle folle di bocca buona neanche fossimo ancora nel 1988. “Alive And Kicking!” canta a squarciagola Jim Kerr mentre noi ci approssimiamo verso l’uscita. Vivi di sicuro, scalcianti mica tanto, e più che altro intenzionati a seppellirci con una quantità industriale di nostalgia.
Articolo del
21/03/2006 -
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