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C’era molta attesa per il concerto delle Client, inizialmente un duo femminile di musica elettronica e “dark vave”, diventate adesso una vera e propria band. Sì perché a Sarah Blackwood e a Kate Holmes, ex Dubstar, ora invece Client A e Client B, si è aggiunta Client E al basso elettrico, una ragazza a dir poco stupenda, che in realtà si chiama Emily Strange e che proviene dal mondo della moda. Note per aver aperto i concerti dei Depeche Mode nel 2002, il loro album d’esordio è stato pubblicato per l’etichetta Toast Hawaii e prodotto da Andy Fletcher, che dei Depeche è il tastierista. Pìù recentemente hanno lavorato in studio con Joe Wilson , ex Sneaker Pimps, che ha prodotto per loro “City” il loro secondo album, pieno di “special guests” come Martin Gore e gli ex Libertines Barat e Doherty. Adesso sono già alle prese con l’uscita di “Metropolis” un cd di “remix”, b-sides e di rarità, ma hanno trovato il tempo per un breve tour dalle nostre parti. Introdotte dal breve “set” di elettro-punk offerto dai Redrum (che letto al contrario significa Murder, un’idea tratta dal film “Shining” di Kubrick) dei quali ricordiamo un’interessante versione, straniata a dovere e minata alle fondamenta, de “L’Importante E’ Finire” di Mina, le Client si presentano in scena poco dopo la mezzanotte, con abiti neri di pelle, aderenti e scollati, tacchi a spillo e tanta voglia di sorprendere. In realtà danno vita ad un’ora di concerto, di certo gradevole e raffinato, ma ben lontano da quel “sound” profondo ed oscuro, ereditato nientepopodimeno che dai Kraftewerk e dai Joy Division (troppo spesso citati a sproposito, Ian Curtis deve riposare in pace) che era un po’ il loro biglietto da visita. Sarah, la “vocalist”, gioca con il filo del microfono, lo allunga, se lo passa sotto la gola e invoca “just give me love/ just give me sex”, ma la provocazione finisce là. Brani come “ In It For The Money” (autobiografica?) “Six In The Morning” e “Someone To Hurt” ci riportano a certe atmosfere vicine al pop elettronico della metà degli anni ottanta, melodie di certo più vicine ai Pet Shop Boys e ai Love And Rockets che al lato oscuro della “new wave”. Su “Client”, brano tratto dal primo cd, le tre ragazze ci avvertono che sono “available on request”, ma risultano algide e distanti e sono ben poche le fantasie che regalano al pubblico. Ricordano nell’aspetto le protagoniste di “Girls” il noto video-clip dei Duran Duran, Sarah e Kate si danno un gran da fare, ma forse la sola Emily, con quel suo incedere ozioso e silente mentre spolvera il basso elettrico, ottiene i favori del pubblico. Non illudetevi troppo ragazzi! Notizie certe la vogliono nella zona di influenza di Pete Doherty, ex Libertines, ex Kate Moss, ora Babyshambles, tanto per incentivare il “gossip” fatto di “top model” e rock and rollers tanto caro alla stampa popolare britannica. Si continua con una virata verso un rock and roll sempre morbido e suadente ma infarcito di elettronica, proviamo a fare attenzione ai testi delle canzoni, ma sono molto lontani dalla trasgressione e da quel “fetish” di cui si volevano nuove regine :” Rock and roll is all I want to do/ it is all that I want from You”, rime baciati da Primary School inglese, miente più. Il finale ci regala le note di “Pornography” il nuovo singolo e una sorpresa, la “cover” di “Let’s Dance” di David Bowie, quasi volessero segnare una appartenenza a quel tipo di rock sperimentale, geniale e decadente, che invece ancora non c’é.
Articolo del
09/03/2006 -
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