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Il loro imperativo principale è sempre stato quello di far roteare il maggior numero di bacini possibile e, stando al trasporto della mandria ribollente che ha gremito il Mazda Palace, la missione milanese dei Franz Ferdinand può ritenersi felicemente assolta. Lo scatenato pubblico che per un’ora e cinquanta minuti ha saltellato, spintonato, sudato e gioito, ha certificato la definitiva affermazione dei quattro (anzi, cinque…) scozzesi, che nel giro di due giorni completeranno la trilogia italiana approdando sulle rive dell’Arno e chiudendo al Paladozza di Bologna. Chi ebbe la fortuna (anche per il prezzo: otto Euro in via del tutto promozionale!) di assistere alla loro prima apparizione nel nostro paese nel lontano 12 marzo 2004, presso il Rainbow di Milano, si sarà reso conto che il processo di maturazione degli autori di “You Could Have It So Much Better” è giunto al giusto livello di ebollizione. Le sbavature canore e le incerte movenze di Alex Kapranos, unitamente al piglio compassato di Nick McCarthy, hanno lasciato il posto ad un’esibizione sfrontata e compatta, imperniata su alcuni cardini quali un’equa condivisione della leadership da parte dei due ed un approccio che prevede un imparziale bilanciamento tra tutti gli strumenti impiegati. L’attacco non aveva fatto presagire una piena riuscita: una slabbrata e zoppicante “This Boy” ha aperto le danze tra l’euforia di chi non aspettava altro per dar sfogo alle proprie manie danzerecce e lo sguardo accigliato dei non pochi detrattori pronti ad impallinare le trite movenze di un complesso spesso accusato di aver architettato un gigantesco bluff all’insegna del revival new wave. Si è trattato evidentemente di un episodio isolato, un pallido giro di ricognizione in vista della prima stordente accelerazione, un’affilata “Do You Want To” che ha fatto ondeggiare vorticosamente tanto la marea (di ogni ordine di età) distribuita sugli spalti quanto il parterre. Fatta salire la colonnina di mercurio al punto giusto, il crescendo è divenuto inarrestabile ed ha conosciuto un calo di tensione (ma non di emozioni) solo con l’intermezzo acustico costituito dalla esecuzione in sequenza di “Walk Away” ed “Eleonor Put Your Boots On”, quest’ultima cesellata dai soli Kapranos e McCarthy, momentaneamente affidato alle tastiere per suonare le quali, in ogni caso, per il resto del concerto un quinto elemento ha supportato la line-up tradizionale. “Take Me Out” scuote quanto “Do You Want To” e dissipa le perplessità di quanti non erano disposti a credere alla capacità di proporre efficacemente dal vivo i pregevoli cambi di marcia riprodotti su cd. “Fallen” stuzzica nuovamente la vena di McCarthy, dà il giusto risalto alle rocambolesche traiettorie del basso di Bob Hardy e, a conti fatti, avrebbe fatto più bella figura, quale brano introduttivo, invece di “This Boy”. “Tell Her Tonight” svela la minuziosa preparazione dello show anche dal punto di vista coreografico. Come ad ogni festa, però, i botti si sono concentrati nel chiassoso finale, caratterizzato da ben quattro bis che riassumono mirabilmente i traguardi sinora raggiunti dai Franz Ferdinand: “Jacqueline”, aperta da un breve prologo acustico ad opera di Kapranos, è centrifugata secondo il consolidato schema che blandisce a base di dolcezze pop e annichilisce guardando al rock; “Evil And A Heathen” è una trottola impazzita che urta tutti gli spigoli del punk; “Outsiders” si rivela una felicissima intuizione, corroborata da una batteria per tempestare la quale Paul Thomson si è fatto aiutare da due rinforzi che hanno garantito una solida impennata funk; “This Fire” cala il sipario con le sue progressioni ossessive. I Franz Ferdinand hanno infilato il corridoio d’uscita salutando una folla che non ha mostrato alcun sintomo di insoddisfazione. Lo spettacolo ha funzionato senza grippare, e un piccolo ringraziamento lo meritano pure gli ottimi Rakes, che hanno presentato la loro opera prima trasmettendo una sventagliata di energia i cui segreti risiedono nei vocalizzi ficcanti e nelle piroette del frontman e, soprattutto, nel sorprendente talento del chitarrista, un tipo dalla faccia da secchione che ha sfoderato una sostanza fuori dal comune. La scenografia – a seconda del brano in corso, teli con bande colorate, sempre oscillanti tra il rosso ed il nero, oppure con le foto, equamente dimensionate, dei quattro - si è mantenuta su livelli appropriati di intrusività e l’acustica del Mazda Palace, per quanto ampiamente deficitaria, non ha riservato brutte sorprese. Da qualche dubbio, però, il resoconto finale non è del tutto esente. La tappa al Mazda Palace ha praticamente seguito lo stesso copione del debutto del tour, consumatosi all’International Arena di Cardiff. La trappola della ripetitività è dietro l’angolo, la stessa in cui stanno soffocando alcune scelte dei Coldplay e nella quale sarà curioso verificare se stanno sprofondando gli Strokes. I Franz Ferdinand hanno avuto il merito di illuminare gli orizzonti musicali dell’inizio degli anni ’00 rispolverando acutamente delle tradizioni finite nel dimenticatoio e la loro freschezza ha imprevedibilmente contagiato frotte di proseliti. L’augurio è che sappiano mantenere la rotta senza finire nelle sabbie mobili, fregandosene delle formule precotte e cercando il graffio piuttosto che la carezza ammiccante. Come una vera rock band. E non un grande bluff.
Articolo del
21/12/2005 -
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